Macbeth e la sua incertezza dell’essere

Gabriele Lavia dopo oltre 20 anni ripropone la tragedia di Shakespeare

Macbeth di William Shakespeare, nella traduzione di Alessandro Serpieri, per la regia di Gabriele Lavia. Interpreti (in ordine di locandina): Gabriele Lavia (Macbeth), Giovanna Di Rauso (Lady Macbeth), Maurizio Lombardi (Duncan, prima apparizione), Biagio Forestieri (Macduff), Patrizio Cigliano (Malcom), Mario Pietramala (Banquo), Alessandro Parise (Ross), Michele Demaria (Seiton), Daniel Dwerryhouse (Donaldbain, seconda apparizione), Fabrizio Vona (Lennox), Andrea Macaluso (Angus, Dottore), Mauro Celaia (Cawdor), Giorgia Sinicorni (prima Strega, Cameriera, Sicario, Vecchia), Chiara Degani (seconda Strega, Cameriera, Sicario, Vecchia), Giulia Galiani (terza Strega, Cameriera, Sicario, Vecchia). Le scene sono di Alessandro Camera, i costumi di Andrea Viotti, le musiche di Giordano Còrapi e le luci di Pietro Sperduti. Lo spettacolo è prodotto dalla Compagnia Lavia Anagni.

La bellezza poetica del testo, la sua forza drammatica, la sanguigna rivelazione che offre sui più profondi segreti dell’esistenza umana, hanno assicurato a Macbeth una larghissima fortuna sulle scene internazionali (in Italia, a partire dall’800, i maggiori attori l’hanno sempre considerato uno dei più ambiti traguardi artistici). Gabriele Lavia, a distanza di anni, si cimenta nuovamente con questa tragedia, che portò in scena per la prima volta nel 1987. Per rappresentare “l’incertezza dell’Essere di Macbeth” Alessandro Camera propone una scenografia che si amalgama di volta in volta con il palcoscenico della città ospitante, inglobandolo. «Una “parte del tutto” di un camerino – scrive Gabriele Lavia nelle note di regia -, col suo specchio, il suo lavandino, l’attaccapanni, le sedie, sulla sinistra del proscenio. Sulla destra, una scala, casse, bauli di trovarobato e sartoria. Dietro il sipario, uno spazio vuoto che, di scena in scena, viene occupato dagli oggetti che servono al modo del nostro racconto, un letto, uno specchio, un tavolo, le tombe di un cimitero, un muro bombardato in una delle guerre del nostro mondo….“La vita è un’ombra che cammina, un povero attore…”. Così ho pensato a un attore che vive la sua “Storia raccontata da un idiota” sulla scena e dietro le quinte, divorato dall’angoscia di non essere mai nel “posto che gli spetta”, di sentirsi fuori ruolo in ogni spettacolo. Nella piccola e maldestra recita del Potere, quest’attore si trucca, si mette le scarpe coi rialzi, indossa doppio-petti esasperati, sfoggia vuoti sorrisi da marionetta, si affanna come un filodrammatico senza mestiere, con “la paura del debuttante, senza nessuna esperienza” e, nella sua crudeltà, fa crudelmente pena. E forse ci ricorda figure del Palcoscenico della Nostra Vita. Come quei sorridenti mascalzoni di cui parla Amleto quando allude allo zio diventato re».
Rita Sala nella recensione allo spettacolo pubblicata sul Messaggero del 18 aprile 2009 scrive: «Macbeth, quello di Shakespeare, è un re dark, ossessionato e cattivissimo, che ben può servire all’autoanalisi di un artista. Gabriele Lavia deve averlo scelto anche per questo oltreché per il paradigma d’ingordigia e di potere di cui è pregna la sua vicenda. Ne ha tratto uno spettacolo figurativamente superlativo, teatralmente denso, psicanaliticamente conturbante….».

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