Memorie dal sottosuolo al Teatro Biondo stabile di Palermo

Gabriele Lavia in Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij adattamento e regia Gabriele Lavia scene Carmelo Giammello, costumi Andrea Viotti, musiche Andrea Nicolini, luci Giovanni Santolamazza, con Pietro Biondi, Euridice Axen, produzione Teatro di Roma.

Scritto nel 1865, il romanzo di Dostoevskij (sorta di confessione, resoconto scritto in prima persona) indaga la psiche tormentata e i meccanismi perversi della mente dell'”Uomo del sottosuolo”, un giovane impiegato inconcludente, a disagio con se stesso e in collisione con la società, isolato, con una vita di relazione inconsistente; un “…uomo malato, un uomo cattivo, un uomo che non ha nulla di attraente, ripugnante in sommo grado…” come si autodefinisce il protagonista nell’incipit del romanzo. Gabriele Lavia dà vita ad un personaggio spietato e patetico nello stesso tempo, a volte comico, grottesco o ridicolo. Con lui interagiscono sulla scena la giovane prostituta Lisa (Euridice Axen) e il domestico Apollon (Pietro Biondi). Lisa è il simbolo dell’innocenza perduta e della possibilità di redenzione grazie all’amore (“Quando si ama vale la pena di vivere anche senza essere felici – le dice l’Uomo del sottosuolo -. La vita è bella per la ragione che si ama. Anche nel dolore, se si ama, la vita è bella. In qualunque modo si viva, se si ama, vale la pena stare al mondo… Basta amarsi”. E più avanti: “dove non c’è amore, non c’è niente”, “L’amore è un mistero divino”). Apollon, di cui l’Uomo del sottosuolo vorrebbe liberarsi ma non può, non parla ma recita salmi, lo domina e tacitamente lo rimprovera, rappresentando in effetti la sua coscienza.

 

Stagione 2006-2007

dal 5 al 10 dicembre 2006 – Teatro Biondo

Spettacolo in opzione – Prenotazione obbligatoria fino ad esaurimento dei posti

Giorgio Albertazzi in

Memorie di Adriano

di Marguerite Yourcenar, riduzione Jean Launay, regia Maurizio Scaparro, produzione Teatro di Roma

Dalla celebre autobiografia immaginaria di Adriano, imperatore di Roma dal 117 al 138 d.C., che Marguerite Yourcenar pubblicò nel 1951, Maurizio Scaparro ha tratto uno spettacolo di grande successo, che a diciassette anni dalla sua prima edizione mantiene inalterato il suo fascino e la sua attualità. Per Scaparro «Adriano è più di un uomo, è l’immagine, o meglio il “ritratto” di ciò che noi siamo oggi, nelle sue parole ritroviamo le radici del pensiero occidentale e della nostra storia. Ma mai come oggi questo spettacolo e questo testo mi sembrano così attuali. In un mondo dove i fondamentalismi e l’ignoranza seminano morte e distruzione, in un mondo che sembra lentamente sfaldarsi sotto i colpi dell’intolleranza, della guerra, dell’egoismo, degli interessi mercantili, le parole di Adriano assumono un significato nuovo, profondo, che ci aiuta a riflettere sul nostro momento storico indicandoci, forse, uno spiraglio di speranza: “… non tutti i nostri libri periranno; si restaureranno le nostre statue infrante; altre cupole, altri frontoni sorgeranno dai nostri frontoni, dalle nostre cupole… e se i Barbari s’impadroniranno mai dell’impero del mondo, saranno costretti ad adottare molti nostri metodi; e finiranno per rassomigliarci.”». Protagonista dello spettacolo è Giorgio Albertazzi, che sin dalla prima edizione ha condiviso le emozioni e le soddisfazioni di quello che si può ormai considerare un classico della scena italiana.

 

dal 13 al 24 dicembre 2006 – Teatro Biondo

Laura Marinoni in

Le lacrime amare di Petra von Kant

di Rainer Werner Fassbinder, traduzione Roberto Menin, regia Antonio Latella, scene e costumi Annelisa Zaccheria, produzione Teatro Stabile dell’Umbria – Teatro Stabile di Torino

Il capolavoro di Fassbinder, portato dallo stesso autore sullo schermo nel 1972, trova in questa edizione teatrale di Latella nuovi spunti per una lettura legata all’attualità. Il dramma descrive l’impossibile amore tra Petra von Kant, affermata stilista in crisi, e la giovane proletaria Karin, vissuto sotto gli occhi dell’enigmatica segretaria di Petra. Un acuto scandaglio psicologico di tre figure femminili, capaci di suscitare nello spettatore reazioni contrastanti, passando dall’astio all’umana comprensione. L’opera di Fassbinder è un feroce e lucido melodramma sulle relazioni interpersonali governate dai rapporti di potere. Protagonista dello spettacolo è Laura Marinoni, una delle attrici più apprezzate della nuova scena teatrale italiana.

 

dal 19 dicembre 2006 al 4 febbraio 2007 – Teatro Bellini

Nello Mascia in

Il re muore

di Eugène Ionesco, traduzione Edoardo Sanguineti, regia Pietro Carriglio, scene e costumi Maurizio Balò, luci Gigi Saccomandi, con Raffaella Azim, Sergio Basile, Fiorenza Brogi, Aldo Ralli, Alvia Reale, produzione Teatro Biondo Stabile di Palermo

Definito dallo stesso autore una pièce che funziona come un “apprendistato della morte”, rappresentato per la prima volta nel 1962, il testo evoca la parabola metafisica del suo personaggio centrale, sovrano di un regno in rovina. Tre i momenti principali dello spettacolo: il primo si svolge in assenza del Re, mentre le sue due mogli, la cameriera e una guardia ricevono la conferma della prossima ed inevitabile sua morte; nel secondo, è lo stesso Sovrano dell’Universo, Bérenger, a ricevere la notizia della propria morte imminente; il terzo ci introduce nel cuore del dramma attraverso le tappe dell’agonia regale, quando i diversi personaggi cercano di far abdicare di propria volontà il sovrano. Alla fine, il mondo – la scena – scompare nello stesso momento in cui il Re muore. Nello Mascia è il protagonista di questa nuova edizione del dramma di Ionesco, che il regista Pietro Carriglio immagina come metafora del teatro, scenario privilegiato per raccontare la crisi della modernità.

 

dal 29 dicembre 2006 al 14 gennaio 2007 – Teatro Biondo

Giulio Brogi in

Assassinio nella cattedrale

di Thomas Stearns Eliot, traduzione Giovanni Raboni, scene e regia Pietro Carriglio, con Umberto Cantone, Pierluigi Corallo, Massimo De Rossi, Anna Gualdo, Liliana Paganini, Alfonso Veneroso, produzione Teatro Biondo Stabile di Palermo

Rappresentato per la prima volta nella sala capitolare della cattedrale di Canterbury nel giugno del 1935, Assassinio nella cattedrale è un dramma in versi con l’intervento di un coro sul modello greco o anche miltoniano, in cui è rievocata la vicenda del martirio dell’arcivescovo Thomas Becket, avvenuto nel 1170. Il prelato ritorna da un settennale esilio in Francia, mentre il coro esprime il disagio del popolo di fronte allo scisma tra monarchia e chiesa, che vede gli uni contro gli altri i dignitari del re Enrico II e il clero. L’arcivescovo, che ha preso contatti con il re di Francia e si appoggia all’autorità del pontefice, provoca deliberatamente una crisi pur sapendo che la sua vita è in gioco. Quattro Tentatori simboleggiano il conflitto che agita Becket nell’intimo: essi rappresentano il suo giovanile amore per il piacere, la sua successiva ambizione del potere, le richieste dei baroni feudali e, infine, il desiderio del martirio. Respingendoli tutti, egli è certo ormai che la legge di Dio è superiore a quella dell’uomo, ed espone questo concetto in un sermone che è al centro dell’opera. Quattro giorni dopo, i cavalieri del re lo uccidono davanti all’altare senza che l’arcivescovo tenti di porsi in salvo, dopo di che, rivolti al pubblico, tentano di giustificare con insolenza il loro gesto chiedendo che venga emesso un verdetto di suicidio per malattia di mente, dal momento che Becket stesso aveva ordinato di aprire le porte della cattedrale per lasciarli entrare.  Il Teatro Biondo porta in scena il dramma di Eliot, poco rappresentato sulle scene italiane, nella nuova traduzione di Giovanni Raboni appositamente commissionata al poeta per questo evento, in un allestimento che ne esalta la dimensione spirituale e liturgica. Come è stato giustamente sottolineato dalla critica: «Il teatro ritrova così la propria funzione di rito comunitario. La regia conferisce all’allestimento di Assassinio nella cattedrale il tono e i ritmi di un’assemblea civile».

 

dal 17 al 28 gennaio 2007 – Teatro Biondo

Il mercante di Venezia

di William Shakespeare, traduzione Masolino d’Amico, adattamento e regia Luca De Fusco, scene Antonio Fiorentino, costumi Vera Marzot, con Eros Pagni, Gaia Aprea, Max Malatesta, Sebastiano Tringali, produzione Teatro Stabile del Veneto – Teatro Stabile di Catania – Teatro Stabile di Verona GAT

Avvalendosi della traduzione di Masolino d’Amico, con scene di Antonio Fiorentino e costumi di Vera Marzot, il regista Luca De Fusco vede un Mercante raccontato come un film misterioso e malinconico, ambientato in una Venezia esotica, città di traffici, spie e avventurieri, più simile a Macao, Hong Kong o Casablanca che all’immacolata città d’arte impressa nella memoria.

«Per quale ragione – si chiede De Fusco – un infallibile genio teatrale come Shakespeare conclude la trama del Mercante nel quarto atto ma, invece di calare il sipario, ne scrive un altro intero, in cui sembra non avere molto altro da aggiungere e divaga, parlando di musica e anelli? Questa domanda mi tormentava durante i mesi di studio di questa regia, facendomi sentire come un detective che cerca di decifrare il “vero” significato del Mercante. Durante questo work in progress mi sono reso conto di aver finalmente trovato la risposta: Shakespeare non conclude il Mercante con il quarto atto perché non ha inteso raccontare solo la storia di Antonio e Shylock ma anche quella di Porzia. E vuole riaffermare la superiorità del gioco sui traffici, della fantasia sulla realtà. Ecco perché conclude questa sua parabola sulla inafferrabilità del reale con l’affascinante quinto atto, dal significato più che mai inafferrabile. Ecco perché la fine di Shylock non coincide con la fine della commedia. Alla fine di una lunga indagine su un testo così affascinante, una sorta di prisma sfaccettato in cui non si finisce mai di scavare, mi sono trovato in mano ciò che non avevo certo immaginato all’inizio: un atto d’amore verso l’arte, l’immaginazione, in definitiva, il teatro».

 

Leggi anche  Il pianista Gianfranco Pappalardo Fiumara ritirerà alla Columbia University di New York il prestigioso ‘Callas Tribute Prize’

dal 14 al 25 febbraio 2007 – Teatro Biondo

Claudia Cardinale in

Lo zoo di vetro

di Tennessee Williams, traduzione Gerardo Guerrieri, adattamento e regia Andrea Liberovici, scene Lucia Goj, costumi Silvia Aymonino, con Ivan Castiglione, Orlando Cinque, Olga Rossi, produzione Fox & Gold

Questa nuova edizione de Lo zoo di vetro di Tennessee Williams rappresenta il ritorno al teatro della grande attrice cinematografica Claudia Cardinale. The glass menagerie, osservazione entomologica delle dinamiche e delle frustrazioni di un interno familiare composto da una madre e dai suoi due figli, Tom e Laura, è stato il primo grande successo di Williams; debuttò nel 1944 a New York e vi rimase per 561 repliche; in Italia venne messo in scena al Teatro Eliseo nel dicembre del 1946 con la regia di Luchino Visconti, protagonisti Rina Morelli, Paolo Stoppa, Tatiana Pavlova e Giorgio de Lullo.

Claudia Cardinale, diretta per l’occasione da Andrea Liberovici, giovane regista emergente che transita con disinvoltura tutta contemporanea tra i generi e i linguaggi, interpreta Amanda, madre assillante e abbandonata dal marito, che trasforma il morboso amore per i figli Tom e Laura – che cura la collezione di piccoli animali di vetro che dà il nome e il senso all’intero dramma – in una vera e propria persecuzione psicologica, senza riuscire ad accorgersi del desiderio di libertà dell’uno e della fragilità dell’altra, esasperata da un atteggiamento materno che ingigantisce il difetto fisico da cui è affetta. La messa in scena di Liberovici crea, attraverso video proiezioni ed una “scenografia acustica”, un percorso parallelo e contemporaneo all’azione scenica. Un contrappunto evocativo audio-cinematografico della memoria dei personaggi, dei loro gesti, sussurri, sguardi.

 

dal 27 febbraio al 4 marzo 2007 – Teatro Biondo

Giulio Borsetti in

Così è (se vi pare), di Luigi Pirandello, regia Giulio Bosetti, scene Nicola Rubertelli, costumi Carla Ricotti, con Marina Bonfigli, produzione Teatro Carcano di Milano,  , Così è (se vi pare), considerato uno dei massimi capolavori del teatro di Pirandello, è una parabola che si regge su “un difficilissimo equilibrio tra la commedia della curiosità e il dramma ignoto”, come riferisce lo stesso autore a Ruggero Ruggeri in una lettera di poco posteriore alla prima milanese del giugno 1917. All’illustre attore era stato inviato, in un primo tempo, il testo, ma Ruggeri aveva declinato l’idea di rappresentarlo in quanto la compagnia era “del tutto inadatta a rappresentare la sua commedia, la quale esige una interpretazione complessiva di prim’ordine”. Pirandello era sicuro dell’originalità del testo, scritto in uno dei momenti più drammatici della sua terribile vicenda familiare, fra un cambio di casa e l’altro, stretto dall’inasprirsi della malattia nervosa della moglie e dalle profonde crisi d’identità.

Come per la maggior parte del suo teatro, l’autore sviluppa la vicenda di una precedente novella, La signora Frola e il signor Ponza suo genero, per descrivere senza reticente tutta la meschinità e la crudeltà della piccola borghesia di provincia, che dibatte e spettegola cinicamente sui presunti misteri dei coniugi Ponza e della signora Frola e, allo stesso tempo, per rilanciare i temi a lui cari delle apparenze e della crisi di identità.

Dopo il grande successo delle due passate stagioni, consacrato al Renaissance Theater di Berlino, la Compagnia del Teatro Carcano riprende lo spettacolo che Giulio Bosetti dirige e interpreta nel ruolo di Lamberto Laudisi, affiancato da Marina Bonfigli (la Signora Frola).

 

dal 7 al 18 marzo 2007 – Teatro Biondo

Eros Pagni in

Morte di un commesso viaggiatore

di Arthur Miller, versione italiana Masolino D’Amico, regia Marco Sciaccaluga, scene e costumi Valeria Manari, con Ugo Maria Morosi, Orietta Notari, Gianluca Gobbi, Aldo Ottobrino, produzione Teatro Stabile di Genova – Compagnia Mario Chiocchio

Capolavoro di Arthur Miller, il grande drammaturgo statunitense scomparso quasi novantenne nel febbraio del 2005, Morte di un commesso viaggiatore è proposto dal Teatro Stabile di Genova, in coproduzione con la Compagnia Mario Chiocchio, nella nuova traduzione di Masolino d’Amico con la regia di Marco Sciaccaluga. Protagonista dello spettacolo è Eros Pagni nel ruolo dell’anziano commesso viaggiatore che incarna la crisi di fiducia nel mito americano del successo alla portata di tutti. Willy è il tipico self-made man americano che, nonostante i numerosi fallimenti personali, ha cercato di inculcare nei figli (Biff e Happy) le sue idee positive sullo spirito d’iniziativa privata. Al suo fianco, la moglie Linda cerca, con difficoltà, di tenere unita la famiglia e di superare le quotidiane difficoltà di bilancio, che s’inaspriscono quando Willy viene licenziato. Sotto l’urgenza economica e il ricordo di un passato non sempre edificante, la famiglia lentamente si sgretola e l’azione precipita verso la tragedia finale.

Strutturato in modo molto libero, con audaci flashback e improvvise incursioni nell’onirico, Morte di un commesso viaggiatore è un testo che conserva ancora oggi tutta l’attualità del suo discorso di fondo, che mette in scena il crollo di un mondo costruito sull’illusione e sul primato dell’apparenza rispetto alla sostanza.

 

dal 21 marzo al 1 aprile 2007- Teatro Biondo

Slava’s Snowshow

creazione e messa in scena di Slava Polunin, distribuzione ATER – Associazione Teatrale Emilia Romagna

Slava Polunin è considerato “il miglior clown del mondo”. Il suo Slava’s Snowshow, ambientato in uno magico scenario di ghiaccio e neve, è già considerato “un classico del teatro del XX secolo”. Slava nasce in una piccola città russa, lontano dai grandi centri urbani. Trascorre tutta la sua infanzia in mezzo alle foreste, ai campi e ai fiumi. All’età di 17 anni si trasferisce a San Pietroburgo (all’epoca Leningrado) con l’intenzione di studiare ingegneria. In realtà, si iscrive a una scuola di mimo; inizia così il lungo cammino di Slava verso la riscoperta e la riaffermazione dell’arte del clown. Grazie all’influenza di grandi artisti come Charlie Chaplin, Marcel Marceau, Engibarov e al suo innato talento, Slava e la sua Compagnia – fondata nel 1979 – danno una nuova valenza al ruolo del clown moderno, estrapolandolo dal mondo circense e portandolo nelle strade prima e nei più grandi teatri del mondo poi. La sua reputazione cresce molto rapidamente a tal punto che tanti sono i suoi allievi disposti ad attraversare il mondo pur di imparare la sua tecnica di fusione tra teatro visivo e clown. Molti degli ex-allievi di Slava hanno oggi delle proprie compagnie e alcuni hanno preso parte alle produzioni del Cirque du Soleil.

Come tutte le opere di Slava, Slava’s Snowshow potrebbe essere descritto come uno spettacolo in movimento, in continua evoluzione di idee, innovazioni ed invenzioni. La sua ispirazione creativa ha uno scopo ben preciso: traghettare il clown teatrale nel XXI secolo continuando a incantare le famiglie di tutto il mondo. Lo stesso Slava definisce il suo teatro “un teatro rituale magico e festoso costruito sulla base delle immagini e dei movimenti, sui giochi e sulla fantasia, un teatro che nasce dai sogni e dalle fiabe, che unisce tragedia e commedia, assurdità e spontaneità, crudeltà e tenerezza, e che allo stesso tempo sfugge a qualsiasi definizione.

 

dal 11 al 22 aprile 2007 – Teatro Biondo

Luca De Filippo in

Le voci di dentro , di Eduardo De Filippo, regia Francesco Rosi, scene Enrico Job, costumi Enrico Job e Cristiana Lafayette, con Gigi Savoia, Antonella Morea, Marco Manchisi, Carolina Rosi, e la partecipazione di Antonio Allocca, produzione Teatro di Roma – Elledieffe

Le voci di dentro, rappresentata per la prima volta nel 1948, ha fatto parlare di “realismo metafisico” di Eduardo. Alberto Saporito ha un incubo, forse una visione: il delitto dell’amico Aniello Amitrano, scomparso da qualche giorno, commesso da una famiglia di tranquilli borghesi, i Cimmaruta, che non esita a denunciare tanto crede al sogno. Quando però la polizia irrompe in casa Cimmaruta senza trovare alcuna prova, Alberto lentamente si rende conto di aver sognato. Ma i Cimmaruta, scagionati, ad uno ad uno confessano ad Alberto di credere possibile l’omicidio e finiscono per incolparsi a vicenda, arrivando a progettare un delitto vero per coprirne uno solo immaginato.

«Con la messa in scena de Le voci di dentro dopo Napoli Milionaria! – scrive Luca De Filippo – desidero proseguire, insieme al regista Francesco Rosi, il discorso teatrale sulla drammaturgia di Eduardo. Le due commedie segnano il momento di passaggio da un Eduardo in cui era ancora viva la speranza nei grandi cambiamenti e nel recupero dei valori fondamentali, dopo il terribile dramma della guerra, ad un Eduardo in cui la disillusione ed il pessimismo prevalgono in misura crescente. È il momento in cui Eduardo passa dalla riflessione sulla società all’approfondimento dei rapporti all’interno della famiglia, sempre più espressione di ipocrisia, tornaconto personale, cinismo». «Per noi che facciamo i conti con una cronaca quotidiana – spiega Francesco Rosi – sempre più tormentata da violenze insopportabili, da crimini commessi in nome degli interessi più sordidi, il valore di profezia della commedia di Eduardo, definita dall’autore una “tarantella in tre atti”, la sua attualità, sono sconcertanti».

 

Leggi anche  Lasciare un segno

dal 24 al 29 aprile 2007 – Teatro Biondo

La cena de le ceneri

da Giordano Bruno, libero adattamento Federico Bellini, regia Antonio Latella, con Danilo Nigrelli, Marco Foschi, Fabio Pasquini, Annibale Pavone, produzione Teatro Stabile dell’Umbria, in collaborazione con Nuovo Teatro Nuovo

La cena de le ceneri è il primo dei sei dialoghi italiani che Bruno scrisse durante la sua permanenza in Inghilterra, ed è essenzialmente il primo in cui vengono gettati i semi della sua proposta filosofica e della sua visione cosmologica. Una scienza in grado di soppiantare le teorie ad essa precedenti in nome di una visione delle cose del tutto rivoluzionaria, che si avvale di elementi di altre dottrine come il neoplatonismo e soprattutto delle ricerche di Copernico, di cui Bruno tesse l’elogio nel primo dei cinque dialoghi in cui è strutturata l’opera. Si tratta quindi, in prima analisi, di un testo di filosofia, dove Teofilo, l’alter ego di Bruno, spiega ai suoi interlocutori le ragioni della sua dottrina: la teoria copernicana per cui la Terra gira intorno al Sole, la tesi che ogni cosa ha una propria anima che la muove e l’affermazione, del tutto eversiva per il tempo, che l’Universo è infinito e che vi possono essere innumerevoli mondi. Ed è forse proprio qui lo scacco, il cortocircuito potenzialmente teatrale per cui al filosofo Bruno, osservatore dell’infinito, si sovrappone l’uomo Bruno, con la sua nota e drammatica finitezza. Cercare di coniugare questi due opposti può aprire allora una chiave di lettura utile a dissotterrare aspetti del testo che evadono dal territorio della filosofia per condurre direttamente nel dominio della carne, delle pulsioni, degli umori. Fino a scoprire che ogni parola, in Bruno, non solo è intrisa, come è stato detto, della sua cosmologia, ma anche del proprio corpo, perché, prima del discorso filosofico, qui si parla espressamente del travaglio di un uomo verso la conoscenza. Il tutto espresso in una lingua, l’italiano volgare, che avvolge nelle sue spire ogni personaggio e che si fa essa stessa drammaturgia.

 

dal 2 al 13 maggio 2007 – Teatro Biondo

Leo Gullotta in

L’uomo, la bestia e la virtù

di Luigi Pirandello, regia Fabio Grossi, scene e costumi Luigi Perego, luci Gigi Saccomandi, con Carlo Valli, Antonella Attili, e con Gianni Giuliano, produzione Teatro Eliseo di Roma,  

L’uomo, la bestia e la virtù, la commedia scelta da Leo Gullotta per il suo ritorno al teatro di prosa, è tra le più rappresentate e più amate del repertorio pirandelliano, probabilmente per le sue esteriori apparenze di pochade, che nascondo l’intima drammaticità e il suo più profondo significato: quello di una satira graffiante delle ipocrisie e del perbenismo borghese, che la rende attuale ancora oggi. Lo stesso autore la definì «una delle più feroci satire che siano mai state scritte contro l’umanità e i suoi valori astratti». Tratta dalla novella Richiamo all’obbligo, fu rappresentata per la prima volta nel maggio del 1919 dalla compagnia di Antonio Gandusio, e ben presto  tradotta e messa in scena anche all’estero: in Spagna, Polonia, Ungheria, ma anche a Berlino e a Praga, ad Atene e a New York e, nel 1931, a Parigi con Marta Abba.

Il “trasparente” professor Paolino (l’uomo), insegnate onesto e rispettabile, dopo aver reso madre “la virtuosa signora Perella” durante una delle frequenti assenze del marito ammiraglio, costringe quest’ultimo, infedele e insensibile al fascino della moglie e perciò definito “la bestia”, a compiere il proprio dovere coniugale, affidandosi a una torta afrodisiaca appositamente preparata. In un susseguirsi di scene non prive di angosciosa suspense, la vis comica di Pirandello emerge pienamente; alle fine il nascituro avrà un padre legittimo, mentre la virtù della signora Perella e la rispettabilità del professor Paolino saranno salve.

 

dal 16 al 27 maggio 2007 – Teatro Biondo

Francesco Paolantoni, Tuccio Musumeci, Pippo Patavina in

La concessione del telefono

novità assoluta di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale, dal romanzo di Andrea Camilleri, regia Giuseppe Dipasquale, scene Antonio Fiorentino, costumi Angela Gallaro, musiche Massimiliano Pace, luci Franco Buzzanca, con Marcello Perracchio, Gian Paolo Poddighe, Alessandra Costanzo, Pietro Montandon, Angelo Tosto, produzione Teatro Stabile di Catania

 

La concessione del telefono affonda profondamente nell’humus e nel cuore della Sicilia. Tra i romanzi di Camilleri, è uno dei più divertenti, una specie di commedia degli equivoci e degli imbrogli, che trova la sua ambientazione ideale in un’isola, da secoli terra di contraddizioni. La Vigàta dello scrittore agrigentino diventa ogni volta metafora di un modo di essere e ragionare le cose di Sicilia. L’equivoco, che ridicolmente fa da motore all’intera vicenda, è lo scambio tra due lettere dell’alfabeto. Il protagonista, Filippo “Pippo” Genuardi, per ottenere la concessione di una linea telefonica per uso privato, fa domanda formale al prefetto di Montelusa, denominandolo Vittorio Parascianno anziché Marascianno, come in realtà questi si chiama. Da qui una storia articolata, che coinvolge non solo Genuardi, siciliano qualsiasi, e la sua famiglia, ma anche la Chiesa e soprattutto i vari apparati dello Stato, ovvero Prefettura, Questura, Pubblica Sicurezza e benemerita Arma dei Reali Carabinieri. E ancora don Calogero Longhitano, il mafioso del paese, nonché quei compaesani, anch’essi siciliani qualsiasi, che involontariamente capitano sulla strada di “Pippo”, mosso solo dalla passione per la giovane suocera. Anche nella riduzione teatrale ad emergere è la lingua di Camilleri. Una lingua personale, originalissima, che calca e ricalca, in una divertita e teatralissima sinfonia di parlate, una meravigliosa sicilitudine linguistica, fatta di neologismi, sintassi travestita, modi d’uso ricalcati dal dialetto. La riduzione scenica di questo romanzo di culto è realizzata dallo stesso Camilleri insieme a Giuseppe Dipasquale, a sua volta artefice della regia. Nei ruoli principali autentici beniamini del pubblico: Francesco Paolantoni, Tuccio Musumeci, Pippo Pattavina, Marcello Perracchio e Gian Paolo Poddighe insieme ad Alessandra Costanzo, Pietro Montandon, Angelo Tosto.

******

 

dal 3 al 14 gennaio 2007 – Sala Giorgio Strehler

Micromega

Dissertazione sulle proporzioni

regia Tuccio Guicciardini, con Fulvio Cauteruccio, Patrizia de Bari, Daniela Bartolini, coreografia  Patrizia de Bari, video Andrea Montagnani, produzione Compagnia Giardino Chiuso

Lo spettacolo è liberamente ispirato a un racconto scritto da Voltaire nel 1747, che narra la storia di Micromega, un gigante alto 36 km, abitante di Sirio, che si sposta da un globo all’altro accompagnato da un abitante del pianeta Saturno, alto “solamente” 11 km. Una delle loro tappe è la Terra, dove incontrano l’uomo. Per i giganti gli uomini sono minuscoli atomi pensanti, capaci di fare scoperte grandiose e calcoli di ogni genere, ma anche di comporre intrighi terribili ed ogni sorta di crudeltà. L’ottimismo di Voltaire non nega la realtà del male ed evidenzia il legame tra la piccolezza degli uomini e l’assurdità delle guerre.

Particolare attenzione, nello spettacolo, è dedicata al connubio tra voce, movimento e musica. All’interno della ricerca si inseriscono altri linguaggi come il video e la scenografia.

 

dal 16 al 28 gennaio 2007 – Sala Giorgio Strehler

Muratori

di Edoardo Erba

regia Massimo Venturiello, scene Francesco Montanaro, costumi Sandra Cardini, con Nicola Pistoia, Paolo Triestino, Eleonora Vanni, produzione Teatroinaria – Stanze Luminose

Due muratori sono al lavoro, di notte, per chiudere con un muro il palcoscenico di un teatro in disuso. Siamo a Roma e l’area è stata ceduta al supermercato confinante che deve ampliare il magazzino. Comincia così la nuova commedia di Edoardo Erba, scritta completamente in romanesco. Lo sviluppo è imprevedibile: in teatro ci sono presenze pronte a uscire come topi per spalancare voragini di emozioni. Muratori è una commedia dove si lavora e si parla di lavoro, della condizione, delle aspettative, dei sogni e delle amarezze di chi lavora. Ma è anche un inno d’amore al teatro, un irresistibile ritratto di due perdenti, comico, imprevedibile, delicato e poetico.

Alla esasperata concretezza dell’azione, portata avanti dai due muratori, si contrappone il misterioso disegno di una aristocratica figura femminile quasi irreale. Due mondi diversi, due dimensioni incomprensibili che un interminabile muro vorrebbe tenere separate per evitare il caos che un impossibile rapporto potrebbe generare. Ma è davvero sufficiente alzare un muro per mettersi al riparo dalle diversità?

 

dal 6 al 11 febbraio 2007 – Teatro Bellini

Ubù c’è

da Ubu Roi di Alfred Jarry

traduzione e adattamento Giuliano Compagno, regia Giancarlo Cauteruccio, con Fulvio Cauteruccio, Alida Giardina, costumi e progetto scenico Massimo Bevilacqua, Loreley Dionesalvi,, Federica Fabbri, Mirco Greco, produzione Compagnia Teatrale Krypton

Il testo, una perfetta macchina simbolista che irrompe nell’universo teatrale e lo sconvolge, viene rappresentato integralmente nella traduzione e adattamento di Giuliano Compagno. Il regista Giancarlo Cauteruccio, in omaggio al regista polacco Tadeusz Kantor e alla sua celebre Classe morta, ambienta lo spettacolo in una classe di irriverenti studenti che agiscono dai loro stessi banchi scolastici, utilizzandoli come vere e proprie protesi dei loro corpi volutamente marionettistici, recependo così l’esperienza del secondo montaggio di Ubu al Théatre des Pantins nel gennaio del 1898 ad opera dello stesso autore. Jarry, infatti, caratterizzando i personaggi in posa di marionette, mise correttamente in questione il ruolo del protagonista e dei suoi comprimari, evidenziandone il profilo grottesco e simbolico.

Sullo sfondo della classe, come su un’enorme lavagna luminosa, si materializzano le visioni di un mondo alla deriva dove isteria, sogno e follia si compenetrano. Uno spettacolo corale e tragicomico dall’insensato svolgimento degli avvenimenti, ove mai si distingue il vero dal falso.

 

Leggi anche  Emergenza abitativa in Toscana

dal 6 febbraio all’11 marzo 2007 – Sala Strehler

Luciano Roman in

L’oro in bocca

di Giuseppe Bonaviri, regia Luciano Roman, produzione Teatro Biondo Stabile di Palermo

Un testo autobiografico, denso e inquietante, del più grande degli scrittori siciliani dopo Verga, Giuseppe Bonaviri. Tra emergenze sanitarie e squallidi ambulatori, Bonaviri descrive una umanità sofferente ed emarginata. Ma in questo scenario così terribilmente reale irrompono, un giorno, Don Chisciotte e Sancho Panza e la storia assume i contorni di una allucinazione, tra raccapriccianti esperimenti, indicibili segreti e fughe visionarie.

«Bonaviri, il medico, guardandoli con occhi scrutatori vi riconobbe i due immortali personaggi creati dallo spagnolo Cervantes. Che strano e incredibile, pensò, pare fossero usciti fuori dal libro di Cervantes, andando in giro per il mondo. Disse a quelli, preso da un infantile favoloso impulso: “Mio padre, che era sarto, soleva leggere ai contadini che sul tardi venivano a trovarlo nella bottega della stradalunga, la storia de’ El ingenioso hidalgo don Quiijote de la Mancha! Riusciva a tradurre l’antico spagnolo e gli ascoltatori restavano incantati dal tono narrativo usato di don Nané, come si chiamava mio padre.”            E don Chisciotte di riscontro gli rispose: “O meo bueno amigo et hijo, et  hermano anche mio padre era sastre come il tuo!” E si alzò, fra lo scrosciare delle ginocchiere e dello scudo, e abbracciò a lungo – con un forte abrazo – il medico. Per rispetto, al suo signore, altrettanto, fece Sancio Pancia».

 

 

dal 20 febbraio al 4 marzo 2007 – Teatro Bellini

Il maestro e Marta

novità assoluta di Filippo Arriva, regia Walter Magliaro, scene Giovanni Carluccio, costumi Alberto Verso, con Virginio Gazzolo, Irene Ferri, Mariella Lo Giudice,produzione Teatro Stabile di Catania

 

Filippo Arriva focalizza l’attenzione sull’amore senile e forzatamente casto che legò Pirandello all’ancor ventenne Marta Abba, entrambi autentici personaggi in cerca d’autore. Come tra il Padre e la Figliastra della celebre commedia, infatti, s’instaura tra i due un legame in cui s’intrecciano affetto e repulsione, stima e risentimento, e su tutto gravita un’attrazione mai pienamente vissuta, mai consumata. Proprio perché per l’uno e per l’altra ciò che più vale e appare insopprimibile è quell’essere “nati per la scena”, tanto da concepire ogni scelta e ogni atto della vita reale in funzione della virtualità del teatro. Nello spettacolo, che si basa sul fitto carteggio tra Pirandello a la Abba – circa cinquecento lettere di lui, un centinaio di lei, che sembrano fare corpo unico con i testi teatrali di quegli anni – vita e teatro si confondono in un gioco di specchi e rimandi. Fondamentali all’economia della messa in scena sono anche i filmati video realizzati da Luca Scarsella e ispirati al cinema espressionista.

 

dal 20 al 25 marzo 2007 – Teatro Bellini

Vittorio Franceschi in

Il sorriso di Daphne

di Vittorio Franceschi, regia Alessandro D’Alatri, scene Matteo Soltanto, costumi Carolina Olcese, con Laura Curino, Laura Gambarin, produzione Nuova Scena – Arena del Sole – Teatro Stabile di Bologna

Dopo i successi del cinema (I giardini dell’Eden, Casomai, La febbre) il regista Alessandro D’Alatri approda al teatro portando in scena un testo dell’attore Vitttorio Franceschi, che aveva incontrato proprio sul set de La febbre. L’autore parla di questo testo come di una commedia tragica che non ha uno ma tre protagonisti: Vanni (lo stesso Franceschi) è un professore di botanica geniale e stravagante, che ha girato il mondo alla ricerca di piante sconosciute; Rosa (Laura Curino) è la sorella di Vanni e vive con lui nella vecchia casa di famiglia dove è tornata ad abitare dopo essere rimasta vedova; Sibilla (Laura Gambarin), ex allieva che subito dopo la laurea aveva accompagnato Vanni in un viaggio di ricerca in Thailandia. Tra libri di botanica e ricordi di viaggio e d’amore, si assiste al tramonto della vita del burbero studioso.

La Daphne del titolo è una rarissima pianta del Borneo, il cui nome deriva da quello della ninfa dal sorriso sensuale e tenero, ammaliante ed enigmatico, che fece innamorare Apollo. «Dietro ad ogni sorriso c’è un abisso – spiega Franceschi – e anche la nostra Daphne ne nasconde uno, terribile e salvifico». Il sorriso di Daphne, che ha ottenuto il premio “Enrico Maria Salerno” nel 2004, è uno spettacolo che commuove e che riesce a strappare, al tempo stesso, la risata.

 

dal 20 marzo al 29 aprile 2007 – Sala Giorgio Strehler

Umberto Cantone in

L’ultimo nastro di Beckett

di Osvaldo Guerrieri

regia Pietro Carriglio, produzione Teatro Biondo Stabile di Palermo

“Sono Samuel Beckett e questa è la mia voce”. Comincia così il monologo che Osvaldo Guerrieri dedica al grande drammaturgo irlandese ispirandosi, nella forma, all’Ultimo nastro di Krapp, forse l’opera più autobiografica di Beckett. Come in quel testo, anche qui la vita dello scrittore è rievocata attraverso un nastro registrato. Lo scrittore è già morto e una ragazza, incaricata di ripulire il suo minuscolo appartamento parigino, scopre il nastro e lo ascolta.

L’ultimo nastro di Beckett è uno degli autoritratti immaginari che Guerrieri definisce “travestimenti” e che dedica, oltre che a Beckett, a Carlo Emilio Gadda, a Sibilla Aleramo e alla moglie di Emilio Salgari; storie e vite nelle quali sarebbe assai difficile trovare un filo comune d’identità, se non fosse per quella religione del dolore, quell’angoscia del vivere, che i quattro si portano dentro e che traspare poi, sempre, sullo sfondo del loro lavoro.

 

dal 3 al 13 maggio 2007 – Sala Strehler

Patrizia Milani in

Gassosa

di Roberto Cavosi

Musica a richiesta

di Franz  Xaver  Kroetz, regia Cristina Pezzoli, scene e costumi Giacomo Andrico , produzione Teatro Stabile di Bolzano,  , Due atti unici. Due donne segnate dal destino. Due storie moderne, forti e intense, scritte da due importanti drammaturghi contemporanei: l’italiano Roberto Cavosi e il tedesco Franz Xaver Kroetz. Due vicende contrapposte ma unite dal sentimento del dolore e dalla disperazione: la prima tutta basata sulla parola e sul bisogno di comunicare, la seconda incentrata sul valore del silenzio. Patrizia Milano restituisce con rara intensità gli stati d’animo dei due personaggi femminili. In Gassosa una madre, vittima delle violenze di un figlio tossicodipendente, lo ricorda bambino, mentre ai fornelli prepara la cena che consumerà in solitudine, tra rigurgiti di rabbioso dolore, rivelando pian piano l’orrendo epilogo. Musica a richiesta è il racconto, per soli gesti, delle ultime drammatiche ore di una infelice commessa.

 

dal 15 al 27 maggio 2007 – Teatro Bellini

Ilaria Occhini in

Emma B. vedova Giocasta

di Alberto Savinio, regia Luca Ronconi, produzione Teatro Biondo Stabile di Palermo

Nel lungo e allucinato monologo che precede il ritorno del figlio, dopo quindici anni di lontananza, Emma B. ripercorre sul filo della memoria il cammino della sua autocoscienza di madre e, a poco a poco, la sua vicenda interiore si anima di dettagli, si colora di aneddoti, al centro dei quali sta il ricordo del momento di verità che aveva accompagnato l’ingresso del figlio nell’età adulta, allorché vedendolo dentro i panni riadattati del padre ella aveva finalmente riconosciuto in lui il suo vero uomo. Interpretato per la prima volta da Paola Borboni nel 1952, il monologo di Alberto Savinio costituì il primo segnale di interesse, da parte dei teatranti e della critica, per il teatro del famoso scrittore e pittore, fratello di Giorgio De Chirico. Tenuto in repertorio per diversi anni anche da Valeria Moriconi, il testo viene ora interpretato da un’altra grande attrice del teatro italiano, Ilaria Occhini, nella nuova produzione dello stabile palermitano diretta da Luca Ronconi.

 

dal 17 maggio al 3 giugno 2007 – Sala Giorgio Strehler

Giancarlo Condè , in

Rigoletto

Il buffone del re

di Giancarlo Condè, produzione Teatro Biondo Stabile di Palermo

Prendendo spunto dalla celebre opera di Giuseppe Verdi, Giancarlo Condè rivisita il tema della deformità ispirandosi a tre opere di Victor Hugo nelle quali l’autore dei Miserabili spinge il pedale sulla deformazione del corpo che contrasta con la purezza dei sentimenti: Notre dame de Paris, Il re si diverte (il cui protagonista, Triboulet, sarà trasformato dal librettista Francesco Maria Piave nel Rigoletto verdiano) e L’uomo che ride.

Alla luce di questa indagine, Rigoletto è «un uomo che ride perché contraffatto fin dai primi anni di vita dal coltello dei carnefici tesi a tramutarlo in abnorme pupazzo da fiera, un buffone di corte padre di una creatura bellissima di cui non riuscirà a preservare l’incanto».

 

dal 20 febbraio al 21 aprile 2007 – Teatro Biondo

Spettacolo “fuori abbonamento” riservato alle scuole

Pinocchio

uno spettacolo di  Pippo Spicuzza , ripreso da Umberto Cantone, scene Pietro Carriglio, produzione Teatro Biondo Stabile di Palermo

Umberto Cantone riprende uno spettacolo di grande successo degli anni ’80 tratto dal celebre racconto di Carlo Collodi, che Pippo Spicuzza aveva adattato insieme allo stesso Cantone. Arricchito dalle scene di Pietro Carriglio e dalle musiche di Nino Rota, il nuovo allestimento si avvale di un cast interamente rinnovato.

About Marina Pellitteri

Direttore responsabile