Ute Lemper al Teatro Biondo

Il debutto è con il suo spettacolo Voyage

Voyage è una suite di frammenti legati a un percorso personale ma anche a un universo culturale riconoscibile: Kurt Weill, i Lieder dell’Europa a lungo dimenticata (quella slava, quella araba, quella ebraica), Jacques Brel, il tango d autore. Sono momenti sospesi tra ieri e domani, tra qui e altrove. Sono momenti di un unico viaggio. La scelta del quartetto moderno e leggero, costituito da pianoforte, batteria, basso e chitarra, restituisce a questi momenti una memoria, spogliandoli della propria riconoscibilità sonora ma non vocale.
Quando canta, Ute Lemper, (che ha debuttato come protagonista il 16 maggio scorso al Teatro Biondo Stabile di Palermo) mette in scena suoni e parole di un piccolo universo personale; e se sono molti i paradisi perduti, quelli immaginati e quelli cercati nella storia della canzone moderna, lei ha scelto quelli intimi della chanson, del cabaret berlinese, delle rigorose parodie di Weill e Brecht, della nuova canzone alternativa americana, delle invenzioni di Michael Nyman e, adesso, dei ritratti della tradizione ebraica, araba, slava. Non è facile, nemmeno per un interprete coraggioso e appassionato, entrare in modo naturale in una canzone di tre, quattro minuti, quando ad averla scritta è una figura come quella di Kurt Weill; oppure quando ad averla cantata è uno come Jacques Brel.
Non è scontato restituire le atmosfere del cabaret politico berlinese degli anni Venti; né è semplice immaginare il realismo fantastico e la malinconia della voce di Brel.
Ute Lemper, con sottile ironia e naturale passione, mostra come sia invece semplice legare identità (la sua) e memoria (la nostra). Semplicemente e con passione. C’è qualcosa che la rende simile alle voci e alle figure che ricorda, e c’è qualcosa che la rende unica e originale. Infine, c’è un sottile gusto retrò che si rivela subito vivo, contemporaneo. La puoi ascoltare tenendo chiusi gli occhi, immaginando di essere ovunque, perché quello che canta – come lo canta – viene da tempi e luoghi che non si conoscono.
Ute Lemper svela il piccolo mondo del cabaret storico berlinese (Hollaender) e parigino (Piaf, Brel), il cui senso profondo, nell’America dove lei vive, si rivela non tanto nel vecchio music hall, ma nei club di San Francisco e del Village a New York, dove i songwriters (Dylan, Waits, Cave), oggi come negli anni Sessanta, recitano il loro dissenso per la società e per l’omologazione dell’arte.

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