Maria Callas, la verità sulla morte nel libro di Roberta Maresci

Per la scienza non fu suicidio: il soprano era affetto da dermatomiosite, una malattia che provoca un cedimento dei muscoli e dei tessuti in generale, compresa la laringe. Nel libro di Roberta Maresci i retroscena dei medici.

Maria+Callas“Per la scienza non fu suicidio: il soprano era affetto da dermatomiosite, una malattia che provoca un cedimento dei muscoli e dei tessuti in generale, compresa la laringe: di qui la discontinuità e il declino della voce che iniziarono a manifestarsi già all’inizio degli anni Sessanta”, scrive Roberta Maresci nel romanzo “Maria Callas” che la Gremese Editore ha fatto arrivare in libreria nel giorno che avrebbe compiuto 90 anni (il 2 dicembre). Vissuta d’arte e d’amore, la cura per la dermatomiosite a base di cortisonici e immunosoppressori, provocò alla lunga insufficienza cardiaca: il referto ufficiale, che alla morte della Callas parlava di arresto cardiaco, non è quindi un paravento, ma la conseguenza estrema della malattia muscolare. Parola di due foniatri, Franco Fussi e Nico Paolillo, che hanno presentato gli esiti della ricerca all’Università di Bologna, nell’ambito di una tavola rotonda -organizzata da Marco Beghelli per Il Saggiatore Musica – e dedicata all’analisi scientifica del fenomeno Callas.

“Secondo Fussi e Paolillo, la perdita di peso comportò un minor sostegno fisico dell’apparato vocale e una minore omogeneità dei registri. Anche sulla base di queste osservazioni, viene chiarito il famoso episodio che vide la Callas interrompere la prima della Norma di Bellini all’Opera di Roma il 2 gennaio 1958, mandando a casa dopo il primo atto anche il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Non era una capriccio da primadonna, la Callas stava davvero male, aveva la tracheite e i muscoli stavano forse già cedendo: il declino era iniziato”, scrive Maresci e conferma il professor Mario Giacovazzo, internista del Policlinico di Roma, che dopo 27 anni di silenzio, ha scelto di dire la sua, a Margherita de Bac, sul «Corriere della Sera»: «Da amante della lirica non sopporto che Maria Callas, in libri, recensioni e film che parlano di lei, venga dipinta come bisbetica, come primadonna un po’ viziata. Invece era malata, malata davvero, di una malattia che fui io a riconoscere nel ‘75». Dermatomiosite, patologia del tessuto connettivo. Un’infiammazione che le aveva attaccato anche l’organo più caro, la laringe. Il medico la visitò a Parigi. «A quei tempi ero il medico di Moro. Vennero a cercarmi il suo ex capo di gabinetto, Luigi Cottafavi, e l’ambasciatore presso l’Unesco a Parigi, Gian Franco Pompei. Mi dissero, Mario chi più di te, che conosci l’opera, è adatto a visitare la Callas? In realtà credo più che preoccuparsi per la sua salute, volessero farsi belli agli occhi di Giscard D’Estaing, suo grande ammiratore». Con l’aereo dello Stato Maggiore, la visitò nell’appartamento in Avenue Mandel. «La trovai bene abbigliata e pettinata, come sempre. Ma spenta, il colorito della pelle brunastro e una sfumatura violacea sul collo, a sinistra, particolare che mi mise in allarme. Mi impressionai quando vidi le sue mani, piene di bitorzoli, segno della malattia. Lei mi disse, vede professore, queste non sono più le dolci mani mansuete e pure di Floria Tosca, ma quelle di un operaio. Poi mi pregò di lasciar perdere tutte le ipotesi sulla sua condizione avanzate fino a quel momento dai migliori otorinolaringoiatri del mondo. Avevano concluso che la disfonia era dovuta a un uso troppo frequente e prolungato della laringe. Consigliavano riposo, suffumigi, inalazioni, gargarismi con cloruro di sodio stiepidito. C’è chi aveva azzardato che i disturbi potessero essere dovuti all’effetto tossico di un trattamento con il Tenia Solium, il verme solitario, con cui la Callas aveva cercato anni prima di fronteggiare l’obesità».

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E invece? «Non esitai a fare diagnosi di dermatomiosite, una forma di reumatismo primitivo che colpisce ovunque sia presente tessuto connettivo, in pratica tutto l’organismo. Lei mi scongiurò di non sottoporla a nuove torture con le analisi e, costretto ad agire in fretta, prescrissi una terapia con prednisone, un farmaco steroideo. Il nostro incontro terminò con un abbraccio affettuoso. Dopo soli tre mesi la cura fece effetto anche sulla disfonia. Per telefono, la celebre Maria mi raccontò di sentirsi pronta a riprendere i concerti con Di Stefano. Gli acuti e i toni medi, parte integrante della complessa tessitura della voce, erano tornati. Era l’inizio del ‘76. Non ebbi più notizie, fino al fatidico settembre ‘77, anno in cui si spense».

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