Rapine, sequestri di persona, estorsioni, per finanziare il “welfare” dei mafiosi finiti in carcere

Catania – Il sodalizio mafioso prendeva parte dei proventi delle attività illecite, e li versava proprio al boss per essere destinate alla “cassa comune” da utilizzare per il sostentamento degli associati e dei familiari degli arrestati.

Guardia di Finanza (2)E’ questo il quadro che hanno scoperto i finanzieri del Comando Provinciale di Catania hanno arrestato, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P. presso il Tribunale etneo, 8 persone, tutti catanesi, per i reati di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, rapina aggravata e sequestro di persona.

L’attività – svolta dal G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Catania nell’ambito di un’articolata indagine delegata dalla locale Direzione Distrettuale Antimafia denominata “Capolinea” – ha consentito di trarre in arresto l’attuale “reggente” del “gruppo mafioso della Stazione” nonché fratello.

Destinatari di misura, con la stessa accusa di associazione per delinquere finalizzata a reati contro la persona e il patrimonio e al traffico di sostanze stupefacenti, sono anche F. P. F. e F. C., quest’ultimo chiamato a rispondere anche di diverse rapine e sequestri di persona. Agli altri cinque soggetti arrestati sono contestati, a vario titolo, un numero rilevante di rapine, sequestri di persona ed estorsioni, tutti attuati al fine di agevolare l’associazione mafiosa.

Infine, l’ordinanza di custodia cautelare in carcere ha colpito, per numerose estorsioni dallo stesso praticate, C. R., detto “Cristian”, genero del boss “Pippo” Zucchero e già detenuto in quanto tratto in arresto dal Nucleo di Polizia Tributaria di Catania per associazione a delinquere di stampo mafioso, nell’ambito dell’operazione “Reset”.
L’operazione odierna, denominata “Capolinea”, rappresenta, infatti, la prosecuzione delle indagini “Libertà” e “Reset” con cui il G.I.C.O della Guardia di Finanza aveva colpito il sodalizio mafioso, gruppo storico dei “Santapaola – Ercolano”.

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L’indagine “Libertà” aveva portato all’esecuzione, nel giugno 2011, di misure cautelari personali nei confronti di 14 componenti del gruppo della “Stazione”, tra cui anche il capo Giuseppe Zucchero. Nell’ambito dell’indagine “Reset”, conclusa nel novembre 2013, i finanzieri hanno poi fatto luce sulla riorganizzazione del gruppo, con il genero e il figlio del boss, quali “reggenti” del gruppo mafioso. In tale contesto, erano state eseguite anche misure cautelari personali nei confronti di 24 soggetti.

Con l’operazione “Capolinea” è stato possibile riscontrare il coinvolgimento dell’affiliato storico del gruppo, e individuare una vera e propria “mappa” delle attività commerciali sottoposte a estorsioni, situate in pieno centro a Catania. L’attività d’indagine ha consentito di chiarire le dinamiche dei rapporti tra i vari gruppi mafiosi riconducibili al clan “Santapaola – Ercolano”.

Il quadro complessivamente emerso dall’indagine è quello dell’esistenza, all’interno del “gruppo della Stazione”, di squadre addette alle rapine e alle estorsioni sempre operate per conto e nell’interesse del sodalizio mafioso giacché parte dei proventi derivanti dalle attività illecite erano versate proprio al boss per essere destinate alla “cassa comune” da utilizzare per il sostentamento degli associati e dei familiari degli arrestati.

Molto preziose per le indagini sono state le dichiarazioni rese da un collaboratore di giustizia ai magistrati della D.D.A. di Catania, con il supporto del G.I.C.O. di Catania.

È stato così possibile ricostruire le concrete modalità con cui le estorsioni sono state poste in essere anche direttamente dai vertici del sodalizio soprattutto nei confronti di attività di ristorazione e di esercizi commerciali attraverso biglietti estorsivi recanti un celato riferimento alla famiglia “Santapaola”.

Altrettanto puntualmente sono state delineate le dinamiche di nove rapine, tutte effettuate a Catania e provincia, nei confronti di autisti di camion e furgoni, i quali, in molti casi, sono stati sequestrati e incappucciati in attesa dello svuotamento del carico trasportato, generalmente consistente in generi alimentari che erano subito venduti a commercianti compiacenti. Importante è stata anche la collaborazione prestata da alcuni degli autotrasportatori rapinati e dai commercianti estorti che hanno riconosciuto negli indagati gli autori delle attività illecite.

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