Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del conferimento del Dottorato “honoris causa” da parte dell’Università di Porto

Porto

Porto 07/12/2017

Signor Presidente della Repubblica,

Magnifico Rettore,

Autorità Accademiche e civili,

Chiarissimi Professori,

Cari studenti,

desidero ringraziare il Magnifico Rettore, Prof. Sebastião Feyo de Azevedo, per l’alto onore che ha voluto concedermi e la Professoressa Maria Isabel Pires de Lima per le parole che ha appena pronunciato.

Vorrei anche esprimere la mia gratitudine al Presidente Rebelo de Sousa, che con la Sua presenza, ha reso questa solenne cerimonia, una testimonianza significativa dell’eccezionale sintonia che anima il rapporto bilaterale tra Portogallo e Italia.

Consentitemi di rendere omaggio all’intero corpo docente e ai ricercatori di questa prestigiosa Università, così come a tutto il suo personale e, soprattutto, agli studenti che la frequentano, provenienti da oltre 130 Paesi e anche dall’Italia. Li saluto e li ringrazio con sentimenti di particolare cordialità e vicinanza, sentimenti che avvertivo quando incontravo i miei studenti nella mia Università e che si mantengono inalterati nel tempo!

Sono onorato di ricevere il Dottorato honoris causa in questa antica e prestigiosa Istituzione, che da oltre cento anni costituisce uno dei pilastri della trasmissione e dello sviluppo del sapere in Portogallo e che tradizionalmente, rivolge all’Italia un’attenzione particolare, come testimoniano i riconoscimenti tributati, nel secolo scorso e in questo, rispettivamente al Generale Armando Diaz – secondo Dottore honoris causa in assoluto dell’Università di Porto – e all’Architetto Vittorio Gregotti .

L’Università di Porto si contraddistingue, come la meravigliosa città che la ospita e che da oltre venti anni è patrimonio dell’Umanità, per la sua operosità, per la sua vocazione all’apertura, al dinamismo, all’internazionalità – soltanto con l’Italia sono in corso ben quarantacinque progetti congiunti – qualità che le consentono di interpretare nel modo più efficace e autentico il ruolo che il sistema universitario deve svolgere, quello di contribuire alla formazione degli europei di domani, forgiando talenti che sappiano adattarsi a una realtà in così profonda e rapida trasformazione.

Un Ateneo, quello di Porto, ove il programma Erasmus – che compie trent’anni e costituisce uno dei più grandi successi della nostra Unione – è particolarmente radicato, come dimostrano, fra gli altri, i sessantotto accordi sottoscritti con Atenei italiani.

A volte – specialmente al di fuori degli ambienti accademici – non si presta adeguata attenzione al ruolo che il programma Erasmus ha svolto e continua a svolgere nel rafforzare il senso di appartenenza delle nuove generazioni al progetto di integrazione europea, un vero e proprio seme che ha prodotto risultati duraturi e di lungo respiro. Erasmus ha contribuito a orientare intere generazioni di giovani alla causa della reciproca comprensione e della condivisione di valori, accompagnandoli verso un mercato del lavoro sempre più europeo nella sua ampiezza e nelle sue caratteristiche.

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Novelli “clerici vagantes”, i giovani di queste generazioni sono protagonisti del valore e della riaffermazione di principi come la assenza di frontiere per la cultura e la ricerca e, spesso, testimoniano a quelle precedenti cosa significhi realmente essere e sentirsi europei, cosa significhi percepire le Università e le città dell’Unione, tutte insieme, come parte ineliminabile della propria vita.

Ai giovani europei è ormai estranea la concezione di un’Europa divisa da confini rigidi e da barriere doganali.

L’Erasmus e gli Erasmus – come abbiamo cominciato a chiamarli – sono davvero gli autentici protagonisti di una Europa 2.0.

In questi anni il progetto di integrazione europea è avanzato in grande misura, sino alla definitiva messa in opera del mercato unico, della libera circolazione di persone, di beni, di servizi e di capitali, cioè quelle quattro fondamentali libertà – fra di loro inscindibili – che costituiscono il nocciolo duro della nostra Europa.

E’ su queste basi che si è potuta concepire – e quindi rendere concreta – la stessa prospettiva della moneta unica, importante simbolo di unità e sovranità comune europea e veicolo di identificazione per i cittadini europei.

Ancora, al recente vertice di Göteborg, è stato possibile approvare l’importante documento relativo al Pilastro europeo dei diritti sociali.

Si è trattato di passi in avanti rilevantissimi, successi che, insieme, abbiamo difeso – anche a costo di pesanti sacrifici – quando una crisi economica senza precedenti nel secondo dopoguerra ha colpito il mondo, investendo il nostro Continente. Ora la crisi appare finalmente alle nostre spalle e Portogallo e Italia stanno dimostrando come il rispetto delle regole, declinato alla luce delle rispettive realtà economiche nazionali, sia stato in grado di produrre solidi risultati in termini di crescita e riduzione della disoccupazione.

Non è un caso che Lisbona e Roma siano anche le capitali che hanno segnato due momenti di svolta nella storia recente della nostra Unione: a Lisbona è stato firmato il Trattato – di cui fra pochi giorni ricorderemo il decennale – che pose fine alla crisi innescata dall’improvvido rigetto del tentativo di dar vita a un documento simile a una Costituzione per l’Unione Europea.

A Roma, nel marzo scorso, in occasione del 60° anniversario dei Trattati istitutivi, in un momento di potenziale stallo per l’Unione – all’indomani della violenta crisi economica e della dolorosa decisione britannica di lasciare l’Unione – è stata approvata una Dichiarazione che rilancia il progetto di integrazione continentale, ponendo l’accento sull’esigenza di fargli compiere un deciso “salto di qualità”.

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Non è, questa, una strada facile ed è illusorio pensare che, per farlo, esistano ricette precostituite, pronte all’uso, di automatica esecuzione.

L’Europa vive infatti delle sue diversità e deve quotidianamente lavorare per far sì che esse uniscano e non dividano, che siano considerate una ricchezza, un valore da salvaguardare.

In più di un’occasione la strada verso un’Unione più stretta si è dimostrata irta di ostacoli e carica di tensioni. Tensioni che, tuttavia, ci hanno spinto a comprenderci meglio e a superare le fasi di temporanea paralisi, facendo crescere il progetto europeo. Ciò dimostra che integrazione non è sinonimo di assimilazione, di spersonalizzazione, di interrogativi inquietanti circa la valorizzazione delle plurali identità e sensibilità presenti, bensì è sintomo di rafforzamento delle nostre radici.

Radici che – tutte insieme, nessuna esclusa – compongono e alimentano il nostro essere europei.

Un’integrazione “sana” – e ciò non sempre è avvenuto in modo coerente, non possiamo nascondercelo – deve sempre tenere presente che la ragione d’essere dell’Europa sono i suoi cittadini, con le loro necessità da soddisfare, le loro difficoltà da superare, i loro sogni da realizzare. Per questo il rilancio dell’Unione, che pure ha bisogno di una forte componente di impulso politico, deve – innanzitutto – partire dai singoli e, in primo luogo, dal ruolo dei giovani, dalla loro maggior proiezione verso il futuro, che li rende più consapevoli del valore della dimensione europea. Deve partire dalla loro formazione.

Risulta incoraggiante – in questa direzione – la presenza, tra le conclusioni del Vertice di Göteborg, di specifiche linee guida di una rinnovata attenzione dell’Unione e degli Stati membri alla formazione, alla cultura e alle politiche a favore dei giovani.

L’ambizioso progetto di uno spazio europeo della cultura e dell’educazione per il 2025 costituisce un obiettivo irrinunciabile, da costruire sulla base della consapevolezza di una comune identità del Continente, come sottolineata dalla indizione nel 2018 di un Anno europeo dedicato alla eredità culturale.

Coltivare le proprie peculiarità e tradizioni, ed arricchirle attraverso una conoscenza sempre più diffusa e approfondita delle tante realtà del nostro Continente, costituisce scopo delle Istituzioni europee e nazionali. Un compito oggi più complesso che in passato, in ragione delle repentine trasformazioni che il mondo del lavoro sta attraversando. Per questo, per dotare i giovani portoghesi, i giovani italiani, i giovani europei, degli strumenti per affrontare il mercato del lavoro, avvertiamo sempre più pressante il bisogno di Università che “facciano rete”, che condividano il sapere, che sappiano “giocare di squadra”. Così l’Europa del futuro potrà affrontare un’epoca nella quale il concetto di istruzione permanente non rappresenti più un’opzione possibile, bensì costituisca uno standard.

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Questo percorso, naturalmente, va basato sulla piena collaborazione, anzitutto, dei Paesi membri, che devono impegnarsi in un’azione di sempre maggiore interoperabilità dei sistemi che regolano, in ciascuno Stato membro, il settore dell’istruzione. Ma, accanto al piano nazionale occorre sviluppare – al livello europeo, nel pieno rispetto della sussidiarietà – un sistema che favorisca la mobilità dei nostri giovani, la possibilità per loro di specializzarsi laddove ritengono di poter attingere alle migliori competenze.

Se vogliamo un’Europa aperta, nella quale la mobilità dell’apprendimento sia una regola e non un’eccezione, nella quale studio e ricerca continuino a rappresentare aspetti centrali del nostro essere europei, allora dobbiamo moltiplicare i nostri sforzi affinché quanto deciso a Göteborg possa rapidamente trasformarsi in concrete politiche comuni, di incentivo e accompagnamento, che rendano l’Europa un’area realmente integrata di ricerca, apprendimento e formazione.

Oggi, come nel passato, l’Europa – da sempre capace di tesaurizzare cultura – deve poter guardare con ottimismo ai fenomeni che abbiamo di fronte, la globalizzazione, la rivoluzione digitale e quella, ormai alle porte, dell’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di poterli guidare. Non si tratta soltanto di trasformare sfide in opportunità, ma anche – sempre più spesso – di avere la capacità di far sì che le esigenze dell’innovazione non confliggano con quelle dell’etica e della responsabilità: un’operazione complessa alla quale l’Europa, in virtù del suo passato, delle sue solide radici, può guardare meglio di altri.

Signor Presidente,
Magnifico Rettore,
Autorità Accademiche e civili,
Chiarissimi Professori,
Cari studenti,
l’Università di Porto ha saputo conseguire un lodevole equilibrio fra tradizione e proiezione verso il futuro, la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo tecnologico, in settori fondamentali per le nostre economie, come la robotica, l’energia, l’elettronica, la biotecnologia marina.

Ha saputo intessere, nel solco del profondo e radicato spirito cosmopolita di questa città, proficue collaborazioni con le università straniere e con il mondo imprenditoriale, sostenendolo nella registrazione dei brevetti e operando come incubatore di start-up. Le sue eccellenze accademiche e la sua apertura all’Europa e al mondo la rendono un esempio da cui trarre insegnamento e ispirazione.

E’ con questi sentimenti di ammirazione e riconoscenza che desidero ancora una volta ringraziarVi per l’alto riconoscimento che avete oggi accordato all’Italia e a me personalmente.

Muito obrigado!