“Medea” in scena al teatro Biondo stabile di Palermo

Franco Branciaroli interpreta Medea nella storica edizione di Luca Ronconi ripresa da Daniele Salvo

Franco Branciaroli è di nuovo protagonista della storica edizione della Medea di Euripide diretta da Luca Ronconi nel 1996, che debutta al Teatro Biondo di Palermo venerdì 23 febbraio alle 21.00 nel riallestimento di Daniele Salvo prodotto dal Centro Teatrale Bresciano insieme al Teatro de Gli Incamminati e al Piccolo Teatro di Milano.

Al fianco di Branciaroli-Medea recitano Alfonso Veneroso (Giasone), Antonio Zanoletti (Creonte), Tommaso Cardarelli (Pedagogo, Nunzio), Elena Polic Greco (Nutrice), Livio Remuzzi (Egeo), Francesca Mària, Serena Mattace Raso, Odette Piscitelli, Alessandra Salamida, Elisabetta Scarano, Arianna Di Stefano, Matteo Bisegna, Raffaele Bisegna.

Le scene originali di Francesco Calcagnini sono riprese da Antonella Conte, i costumi di Jacques Reynaud sono ripresi da Gianluca Sbicca, mentre Cesare Agoni ha riprodotto le luci di Sergio Rossi.

Repliche fino al 4 marzo.

Il riallestimento della Medea di Ronconi è un omaggio al grande maestro, scomparso nel 2015, da parte di uno degli artisti che ha lavorato con lui più a lungo e in maggiore vicinanza e un’occasione imperdibile di rivedere una delle pietre miliari della storia registica ed interpretativa del secondo Novecento, che vede Branciaroli nei panni femminili di Medea.

Se le letture in chiave psicologica di Medea portano a considerare questo personaggio il prototipo dell’eroina combattuta tra il rancore per il proprio uomo e l’amore per i propri figli, e le analisi sociologiche tendono a trasformare la principessa della Colchide in una sorta di precorritrice del movimento femminista, in realtà Medea – per Ronconi – è il prototipo del minaccioso impersonato da uno straniero, che approda in una terra che si vanta di avere il primato della civiltà. La sua esclusione è dovuta a paura di questa minaccia.

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«Medea – leggiamo nelle note di regia di Ronconi – è una “minaccia”, una “minaccia” che incombe imminente anche sul pubblico». La sua non è una tragedia della femminilità, ma della diversità.

«Io non interpreto una donna – spiega Branciaroli – sono nei panni di un uomo che recita una parte femminile, è molto diverso. Medea è un mito: rappresenta la ferocia della forza distruttrice. Rimettiamoci nei panni del pubblico greco: vedendo la tragedia, saprà che arriverà ad Atene una forza che si accanisce sulle nuove generazioni, i suoi figli: “Medea dallo sguardo di toro”, come viene definita all’inizio. Lei è una smisurata, dotata di un potere sinistro, che usa la femminilità come maschera, per commettere una serie mostruosa di delitti: non è un caso che la prima a cadere sia una donna, la regina, la nuova sposa di Giasone».

Dalle note di regia per il riallestimento di Medea
«In questo riallestimento di Medea, assolutamente filologico, ho voluto riproporre nei dettagli la regia di Luca Ronconi, senza nessuna intromissione e nessuna aggiunta o sottrazione, ritrovando l’itinerario già percorso da Luca. Franco Branciaroli in questo lavoro raggiunge vette di elaborazione interpretativa assolutamente incredibili. La sua è una Medea donna/uomo/mostro proteiforme, indecifrabile, ambigua, misteriosa, violenta, dolcissima, clamorosa.
Il lavoro con tutto il nuovo cast è stato davvero appassionante ed entusiasmante. L’opposizione tra il mondo di Medea, arcaico, violento, eroico, estremo e passionale e il mondo di Corinto, moderno, squallido, grigio e deprimente, un mondo governato dal denaro e dalla convenienza, regno dei più furbi, di chi vanta amicizie più importanti, di chi tradisce, è alla base dell’antitesi Medea/Giasone. Sono due universi che si scontrano, due visioni del mondo completamente diverse: uno scontro clamoroso tra Oriente ed Occidente, tra maschile e femminile (e tra maschile e maschile)».
Daniele Salvo

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Da una conversazione con Luca Ronconi a cura di Claudio Longhi

«La scelta di un interprete maschile come Franco Branciaroli per il ruolo di Medea consente di tentare un’approssimazione all’oggettività della tragedia. Spostando il baricentro del dramma dal rapporto Medea-Giasone a quello Medea-Coro e sottraendo parallelamente il testo alle interpretazione “psicologiche” e socialmente “rivoluzionarie”, Medea svela infatti la propria autentica identità di maschera impenetrabile, figura di un’irriducibile alterità pronta a pietrificare, come una nuova Medusa, chi cerchi di decifrare il suo segreto. Recuperando la prospettiva di Euripide, che sin dal titolo opta per il punto di vista della protagonista a scapito di quello del Coro, l’ossimoro di una Medea-uomo traduce scenicamente l’ambiguo statuto del “personaggio”: il pubblico “vede” l’enigma nefasto che al coro è nascosto.

Sul piano della “ricostruzione” filologica occorre poi rilevare che, considerati in prospettiva storica, i valori sui quali Medea costruisce il proprio agire sono eminentemente maschili: nella cultura greca del V secolo avanti Cristo la “fame” che preoccupa l’eroina appartiene infatti all’universo etico dell’uomo. Nel contesto della civiltà spettacolare in cui nacque la tragedia, la credibilità di Medea era dunque intrinsecamente connessa al fatto che il personaggio fosse interpretato da un attore-uomo.

(…)

Non credo si possa parlare di Medea come di una tragedia tutta al femminile; ritengo per esempio che, nell’affrontare il testo di Euripide, sia necessario rapportarsi ad una concezione antropologica – comune nell’antica Grecia e attestata anche dall’Orestea – secondo la quale il figlio è molto più legato al dominio paterno che non a quello materno. Se assumiamo la figura del figlio-vittima come centro, come punto di riferimento della Medea nell’ambito di una simile concezione culturale e drammaturgica, Medea, non in quanto personaggio ma in quanto individuo partecipe della cultura della comunità in cui nacque la tragedia di Euripide, appare sotto una nuova luce; il conflitto dell’eroina cessa infatti di essere quello di una madre che si strazia perché deve uccidere i propri figli e la spietata vendetta della principessa perde in qualche modo i connotati di una ripicca femminile. (…) Medea è animata da una volontà di riaffermare le proprie origini divine in un mondo regolato da leggi, consuetudini e convenzioni “umane”; i suoi figli sono dunque vittime sacrificali di questa volontà e di questo dovere che il personaggio si autoimpone e non meri strumenti di una rivincita passionale motivata da gelosia. In Medea la gelosia è la miccia che consente di appiccare il fuoco e non l’esplosivo della deflagrazione tragica. Anche in questa prospettiva l’assunzione del ruolo di Medea da parte di un uomo risulta perfettamente coerente alla struttura del testo».

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Franco Branciaroli

è

Medea

di Euripide

traduzione Umberto Albini

regia Luca Ronconi ripresa da Daniele Salvo

scene Francesco Calcagnini riprese da Antonella Conte

costumi Jacques Reynaud ripresi da Gianluca Sbicca

luci Sergio Rossi riprese da Cesare Agoni

personaggi interpreti

Medea Franco Branciaroli

Giasone Alfonso Veneroso

Creonte Antonio Zanoletti

Pedagogo, Nunzio Tommaso Cardarelli

Nutrice Elena Polic Greco

Egeo Livio Remuzzi

Donne di Corinto (in ordine alfabetico) Francesca Mària, Serena Mattace Raso, Odette Piscitelli, Elena Polic Greco, Alessandra Salamida, Elisabetta Scarano, Arianna Di Stefano

Figli di Medea Matteo Bisegna, Raffaele Bisegna

produzione Centro Teatrale Bresciano / Teatro de Gli Incamminati / Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

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