Consultazioni e volti


di Stefano Adami

C’è un volto tipico, che tutti noi italiani conosciamo bene. E che ci manca anche un po’. O forse tanto. È il ‘volto democristiano’. Un volto che colpiva profondamente Pasolini. Una faccia che sta sparendo, ahimè. La faccia del democristiano ‘popolare’. È il volto che riconosciamo subito, infatti, nella foto del Presidente Mattarella che si trova in apertura di questo articolo. Quella maschera tirata del volto, spigolosa, col respiro teso, che in genere si associa all’espressione ‘reggere l’anima con i denti’. È il volto degli italiani che venivano dal basso, con ancora la terra alle spalle. Italiani che, lavorando sotto traccia, incredibilmente, piano piano o d’improvviso, erano ‘arrivati’. I vecchi democristiani conservavano ancora nel volto e nel fisico i segni di una nascita e di un’infanzia trascorsa sotto povere stelle. A quei segni tribolati associavano però qualche piccolo difetto fisico. Che spiegava perché il bimbo democristiano in erba non era stato avviato al lavoro manuale, come gli avi, ma era andato a studiare, magari dai preti. Ed ecco allora le pelli cadaveriche, il collo storto, le figure lillipuziane, i toraci microscopici, le spalle cadenti, ad abat-jour, la camminata a zig zag, le gambe piccole, le mani inesistenti, il collo alla Maurizio Costanzo, l’incedere piegati in due. I ragazzini democristiani ridevano poco. Avevano ben poco da ridere. Il bimbo democristiano era andato quindi a studiare dai preti, e i preti s’erano accorti subito che aveva la testa fina. Più che a servir messa era adatto ad insegnare all’Università, a fare il ministro. A guidare un partito, un paese.
Il bimbo democristiano rappresentava una promessa. Una garanzia. Non essendo stato baciato dalla sorte, avendo fin dalla nascita tutto contro, sapeva come prendere il mondo. Come piegarlo. Come lavorarlo. Il bimbetto DC – i preti lo sapevano bene – da grande avrebbe reso un buon servizio. Quale che sia la situazione, ingarbugliata fino all’impossibile, loro avrebbero saputo strigarla. Prima o poi. Avrebbero tirato fuori il filo. Prima o poi. Da quei toracini pararachitici si sarebbe levato il braccino che indicava la strada. E per molti anni è stato così. I democristiani sapevano dove andare. Dove portare il Paese.
Poi vennero i socialisti, rubicondi, ridenti. Venivano dalle discoteche, dalle feste, dalle sedute di lampada. Uno stile ripreso da Berlusconi, che sotto quell’ombrello si era formato. E dai suoi.
Adesso impazzano i Cinque Stelle. Volti lisci, imberbi e senza rughe, occhi luccicanti, con il sorrisetto furbino di chi prende gran voti al liceo senza aprire libro. Volti post-Plasmon. Sorrisini continui. Voto alla maturità: il massimo. Basta far vedere ai commissari che, volendo, si potrebbe sapere.
Volti a 5 Stelle di invitati ai battesimi, alle comunioni, ai matrimoni. Invitati che d’improvviso si piazzano in mezzo alla sala e fanno un tanghetto. Fiore tra i denti. Per i volti a 5 Stelle, in democrazia, una volta si fa in un modo, una volta in un altro. Una volta si fa il governo per mail, un’altra volta si va dal Presidente. Una volta ci si può alleare con la Lega, un’altra volta con il Pd. Che cosa importa? Una volta ci fate schifo, un’altra volta fate schifo se non venite con noi. Tanto a fare schifo son sempre gli altri. Noi siamo perfetti.
Insomma la strada è bloccata da due mesi ormai. Dovevano cambiare tutto, e non hanno cambiato nulla. Gli occhi restano dunque puntati, di nuovo, su uno dei pochi ‘volti democristiani’ rimasti nel paese. Mattarella. Sulle sue labbra tirate, secche, a linea, come quelle di Andreotti. Sulle guance scavate. Sulle spalle a punto interrogativo. Sperando che dal torace in mezzo alle spalle, si alzi il braccio che indica una qualche strada. A questi nuovi capi bravi a prendere voti. Ma molto meno bravi a sapere cosa farci.

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