Dipinti, argenti e maioliche del Museo Nazionale di Palermo

Non solo archeologia, e non solo reperti. Dagli inesauribili e virtuali depositi di quello che un tempo fu il Museo Nazionale, saltano fuori pezzi che raccontano un pezzetto di storia italiana. Fatto di vetusti collezionisti e interessanti lasciti, di archeologi dediti al bello e nobili con il pallino dell’arte. Nell’ambito e in collaborazione con la Settimana delle Culture 2018 il Museo archeologico “Antonino Salinas” inaugura domani (15 maggio) alle 17 la mostra “Dipinti, argenti e maioliche del Museo Nazionale di Palermo. Dalle collezioni all’arredo”.

Vengono esposti al pubblico, per la prima volta dopo circa 70 anni, alcuni dipinti di varia cronologia, che fanno parte delle donazioni dei nobili signori siciliani, (il principe di Belmonte, il marchese tedesco alla corte dei Borboni, Jacob Joseph Haus, la marchesa di Torrearsa o Agostino Gallo)che nel 1814 contribuirono alla nascita del Regio Museo dell’Università; ma anche un gruppo di maioliche, frutto di donazioni e acquisti, provenienti per lo più da officine di Caltagirone; una sezione dedicata ad arredi sacri in argento, realizzati da argentieri siciliani tra il XVII al XIX secolo; e infine quattro stipi in legno pregiato utilizzati come monetieri, eleganti contenitori di gioie e piccole preziosità.

Tutti oggetti e arredi che già facevano parte del patrimonio del Museo Nazionale di Palermo e che furono conservati nell’antico edificio del Museo, sia come testimoni della ricchezza delle raccolte, che come elementi di arredo per la sede istituzionale che, fino al 1987, ospitò gli uffici della Soprintendenza Archeologica per la Sicilia occidentale.

“Con questa esposizione intendiamo offrire uno spaccato della varietà e consistenza delle collezioni del Museo Nazionale di Palermo – spiega Francesca Spatafora, direttore del Museo Archeologico Salinas – prima che, nel dopoguerra, esse venissero destinate alla formazione o all’arricchimento di altre istituzioni museali lasciando al Museo Nazionale esclusivamente le opere e le raccolte di archeologia”.

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L’ex Museo Nazionale
Nato nel 1814 nella Casa dei Padri Teatini di San Giuseppe, il Museo nazionale nacque originariamente come Regio Museo dell’ Università, che negli anni a seguire, accolse le numerose collezioni archeologiche e non disseminate in città, private e pubbliche. Con l’Unità d’Italia, il Museo fu staccato dall’Università e trasformato in Museo Nazionale alle dipendenze della Commissione di Antichità e Belle Arti di Sicilia; nel 1866, dopo la soppressione e confisca dei beni ecclesiastici, il Museo fu trasferito nella seicentesca Casa conventuale della Congregazione di San Filippo Neri all’Olivella, adattata a sede museale tra il 1867 e il 1873. Nel Museo, dunque, confluì e vennero esposti i pezzi del “racconto” siciliano, dalla preistoria all’età contemporanea; in particolare, sotto la direzione di Antonino Salinas (che diresse il museo dal 1873 al 1914), la collezione si arricchì in maniera determinante. Negli anni che seguirono la Seconda Guerra mondiale, il più antico museo pubblico dell’Isola entrò a far parte di un sistema cittadino più articolato e diffuso: da Museo Nazionale divenne esclusivamente Archeologico, e il resto delle collezioni contribuì ad arricchire altre istituzioni.

La mostra, nel dettaglio.
Ritorniamo alla mostra: questo piccolo nucleo di opere di carattere storico-artistico, tuttavia, venne lasciato nella sede museale dell’Olivella. I dipinti sono parte di una sorta di “collezione” anomala, perché non collegata ad un unico contesto di provenienza. Cronologia e autografia sono quanto mai varie: dal Medioevo, presente con le due piccole tempere su tavola di Jacopo da Michele; alla pittura ligure di fine ‘500; al ‘600 delle grandiose composizioni di Pietro Novelli e di Luca Giordano; fino al ‘700 “intimista” del milanese Francesco Londonio e dei paesaggi classicisti del francese Jean-Pierre Pequignot. A fianco dei dipinti, è esposto un sinuoso bronzetto della seconda metà del XVI secolo, che si ispira al Bacco del Sansovino, alterandone però le proporzioni classiche nella tensione allungata della ricerca formale manieristica.

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Nel caso delle maioliche, si tratta di donazioni ed acquisti (molti del Salinas nel corso dei suoi continui spostamenti in Sicilia, e da lui stesso donati al Museo), ma anche di esemplari provenienti dai conventi, come vasi da farmacie attive entro chiese e conventi soppressi dalla legge del 7 luglio 1866. Albarelli, cilindri, piatti, brocche: tutti collegati ad una committenza colta, laica o religiosa, passati dalle nobili dimore e dalle antiche “aromatarie” al Museo. Il nucleo di maioliche qui selezionate proviene per lo più da officine di Caltagirone: il Salinas ne era un vero appassionato, e ne procurò talmente tante al Museo di Palermo da provocare una lamentela da parte del Ministero della Pubblica Istruzione.

Della sezione degli argenti, fanno parte alcuni arredi sacri rimasti in custodia presso il Medagliere del Museo Salinas: un nucleo di opere venduto nel 1915 dal Banco di Sicilia, che a sua volta le aveva acquistate nel 1848, quando i disordini collegati ai moti risorgimentali causarono, in casi meno fortunati, la dispersione di tanti manufatti. Eterogenei per provenienza e datazione, questi argenti raccontano una perizia tecnica che seppe dare forma al metallo seguendo di volta in volta i cambiamenti di stile e di gusto: dalle forme fantasiose e dalle superfici mosse ispirate dal barocco, al connubio fra esuberanza rococò e composto disegno neoclassico (come un ostensorio proveniente da Acireale).

Infine, i quattro mobili-monetieri, contenitori preziosi tanto quanto il loro contenuto: monete, medaglie, pietre o curiosità naturali, che, dalla seconda metà del XVI secolo, in tutta Europa non potevano mancare nella dimora del collezionista d’arte. Tra tutti, uno straordinario stipo donato al Museo dalla marchesa di Torrearsa, vero stupor di estro creativo, che unisce l’alta ebanisteria a pittura, glittica e scultura. Mobili che diventano manifesti dell’epoca: come i due stipi del ‘600 in ebano intarsiato d’avorio, arredi di lusso creati da artigiani fiamminghi, tedeschi e napoletani, e imitati a Palermo, sede del Viceregno spagnolo; o il mobile medagliere del 1802 dalla fantasiosa forma di castelletto gotico.

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