Scuola, Regionalizzazione, Salvini non demorde: domani altra riunione per convincere il M5S

SCUOLA – Regionalizzazione, Salvini non demorde: domani altra riunione per convincere il M5S

Anief conferma la sua netta contrarietà e annuncia fin da adesso che raccoglierà le firme per un referendum abrogativo e metterà a disposizione dei governatori delle altre regioni non coinvolte il proprio ufficio legale per impugnare l’eventuale norma in Consulta e farla dichiarare incostituzionale.

Alle 14.00 di lunedì 8 luglio è prevista “una nuova riunione sull’autonomia”, che per il Carroccio potrebbe essere decisiva. Soprattutto per la scuola, sulla quale i pentastellati continuano a non essere convinti, perché sanno bene che verrebbe bene l’unitarietà della scuola, calpestando anche l’accordo del premier Giuseppe Conte di fine aprile con i sindacati e le indicazioni del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ancora di più perché l’autonomia differenziata nel capitolo Scuola del contratto di Governo non c’era. Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, ricorda che “le due sentenze della Corte Costituzionale, la n. 107/2018 (sulla L. regione Veneto) e la n. 6/2017 e 242/2011 sulla Legge Trento 5/2006, hanno messo in evidenza i rischi di disposizioni incostituzionali, in un caso sulla materia dei servizi per l’infanzia, di competenza esclusiva delle regioni, e nell’altro sul reclutamento del personale. Quindi, la Consulta è già intervenuta con la dichiarazione di incostituzionalità, a riprova di quanto sia facile scrivere norme che sembrano utili e funzionali, ma poi nella realtà irrispettose dei principi fondamentali della madre di tutte le leggi italiane”.

Incurante del moto popolare di proteste contro l’ipotesi di regionalizzazione della scuola e di diversi altri apparati pubblici da sempre ad appannaggio delle amministrazioni centrali, la Lega tira dritto: “Noi le idee chiare le abbiamo, Zaia e Fontana sono pronti, la Lega è pronta, aspettiamo che tutti siano pronti per fare passi in avanti positivi”, ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, nel corso di una delle sue dichiarazioni pubbliche.

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LA CONVINZIONE DI SALVINI

“Ormai – dice il vicepremier Salvini – sono abbastanza esperto della materia e anche alcuni amici dei 5 stelle si stanno facendo esperti della materia, riunion facendo. Noi abbiamo pazienza, quindi stiamo sviscerando il tema dalla scuola alle sovrintendenze, alle concessioni autostradali, tutto lo scibile umano. Io conto che ci sia a breve in Cdm un’approvazione di una pre-intesa sottoscritta dalle Regioni che soddisfi entrambe le parti”. Salvini ha quindi detto che si lavorerà perché “tra il 100 e il 20 come punto di partenza ci si può trovare a mezza via. L’autonomia c’è nel contratto di governo ed è stata votata da milioni di cittadini, ci sono altre 7 regioni che hanno fatto richiesta di cominciare lo stesso percorso virtuoso da Nord, al Centro, a Sud”.

Quello che non era previsto nel contratto del Governo in carica, ribatte Anief, è invece l’autonomia differenziata nel campo scolastico: nel capitolo riservato alla Scuola del Contratto di Governo, a pagina 41 e 42, infatti, non si fa cenno alcuno alla divisione dell’organizzazione dell’istruzione in tante parti quante sono le regioni. Pensare di imporla ora, ad un anno abbondante dall’avvio della legislatura, con tutti gli addetti ai lavori compattamente contrari, per non parlare dei partiti politici, con il M5S a guidare la lunga lista di chi continua a dire fortemente no, avrebbe le sembianze di un diktat, tanto è vero che la stessa Lega sta facendo di tutto per imporre il testo in Consiglio dei ministri e poi di ridurre il dibattito parlamentare sul documento ad un gioco delle parti da assolvere, senza possibilità di emendare nulla.

I DUBBI DEGLI ESPERTI DI PALAZZO CHIGI

A non pensarla così sono anche gli esperti di legislazione. Come i tecnici del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che alcuni giorni fa hanno inviato al premier Giuseppe Conte un dettagliato documento, composto da 12 pagine, nel quale parlano di pericolo di approvazione dell’importante provvedimento di legge con l’aggiramento del dibattito parlamentare: per il Dipartimento, non basta l’accordo tra Stato e Regioni per dar via all’applicazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione.

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Soprattutto perché “gli schemi di intesa sulle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia nelle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna hanno necessità di un passaggio legislativo”, in quanto si teme “l’ingiustificato spostamento di risorse verso le regioni ad autonomia differenziata, con conseguente deprivazione delle altre (doverosamente postulandosi l’invarianza di spesa complessiva)”.

IL RISCHIO INCOSTITUZIONALITÀ

Alcuni profili di illegittimità costituzionale si potrebbero riscontare in diversi punti: nella parte in cui si prevede una modifica della Costituzione con modalità non previste (le modifiche delle disposizioni costituzionali sono disciplinate dall’art. 139 Cost.); per alcune materie appare molto problematica un’attribuzione completa alle regioni in quanto necessitano di interventi unitari; la devoluzione delle materie di competenza esclusiva non può totalmente essere devoluta alle Regioni, in quanto lo Stato dovrebbe definire le prestazioni essenziali; l’attribuzione delle risorse finanziarie alle Regioni sia basata, nelle more della definizione dei fabbisogni standard per ogni singola materia, sulla spesa storica riferita alle funzioni trasferite e destinata a carattere permanente, a legislazione vigente, dallo Stato alla Regione coinvolta.

A questo va aggiunto che in considerazione delle difficoltà riscontrate nella definizione dei fabbisogni standard, gli schemi di intesa prevedono un meccanismo alternativo di determinazione delle risorse finanziarie per l’ipotesi in cui, trascorsi tre anni dall’entrata in vigore dei decreti attuativi, non siano stati ancora definiti i fabbisogni standard (articolo 5, comma 1, lett. b), degli schemi di intesa). Infine, gli schemi di intesa non prevedono un termine di durata dell’intesa medesima: sarebbe opportuno la previsione di un termine di durata per evitare la definizione di processi irreversibili. E anche sulla clausola di cedevolezza delle disposizioni statali, c’è da dire che non possono essere le Regioni a stabilire quali norme statali cesseranno di essere applicate.

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IL PARERE DEL SINDACATO

Per il sindacato Anief, è fondamentale andare a verificare l’impatto del provvedimento su ambiti materiali rientranti nella competenza esclusiva dello Stato e potenzialmente suscettibili di creare disparità di trattamento tra regioni o difficoltà nella libera circolazione delle persone e delle cose tra i territori regionali o limitazioni dell’esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale. Per tali ragioni, si è paventato in dottrina che l’affidamento ad alcune regioni di servizi a forte contenuto redistributivo, come l’istruzione, ma anche la sanità, potrebbe portare ad un indebolimento dei diritti di cittadinanza, nonché́ a problemi relativi all’individuazione di criteri per l’assegnazione delle risorse.

Inoltre, suscita perplessità̀ quanto disposto dall’articolo 8, comma 2, delle bozze di intesa, che devolve interamente alle Regioni l’individuazione delle disposizioni statali delle quali cessa l’efficacia all’interno dell’ordinamento regionale, a decorrere dalla data di entrata in vigore delle leggi regionali nelle materie oggetto di autonomia differenziata. Al riguardo, appare necessario un maggiore coinvolgimento di organi statali, rispetto all’attuale previsione che si limita a stabilire un obbligo di comunicazione delle suddette leggi regionali al Ministro per gli affari regionali e le autonomie.

Il giovane sindacato Anief ha sempre espresso il suo dissenso per questa ipotesi di legge, promuovendo diversi sciopero, l’ultimo il 17 maggio scorso, e anche a fine giugno, quando ha partecipato alla manifestazione “No alla regionalizzazione scolastica, per difendere la Scuola di Stato”, assieme ad altri sindacati, associazioni e comitati di settore. Lo scorso 24 aprile, il premier Giuseppe Conte ha preso un impegno per mantenere l’unità dell’istruzione pubblica: quell’intesa dovrà pur valere qualcosa.

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