Ebola: Un anno di epidemia. Serve azione urgente per contenerla

Ebola: Un anno di epidemia. Serve azione urgente per contenerla.
EBOLAREPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

A un anno dallo scoppio della peggiore epidemia nella storia della Repubblica Democratica del Congo (RDC), la situazione è ancora preoccupante. A luglio, ogni settimana sono stati diagnosticati tra gli 80 e i 100 nuovi casi. A giugno c’è stato un primo paziente in Uganda, arrivato dalla RDC, mentre Goma, città di confine con un milione e mezzo di abitanti, proprio questa settimana ha registrato il secondo caso, deceduto ieri.

Da agosto scorso, l’Ebola ha contagiato più di 2600 persone, uccidendone circa 1700. Circa un terzo delle morti per Ebola è stato diagnosticato dopo il decesso, e passano in media sei giorni da quando si manifestano i primi sintomi a quando un paziente viene ammesso in un centro di trattamento o di transito – un periodo durante il quale le condizioni del paziente peggiorano e il virus può diffondersi contagiando altre persone. Oltre la metà dei 47 distretti sanitari in Nord Kivu e Ituri è stata colpita dall’epidemia, 18 sono considerati zone di trasmissione attiva, con nuovi casi confermati negli ultimi 21 giorni. Il 5% dei pazienti sono operatorisanitari. Circa 1 caso su 2 è un contatto individuato di pazienti noti.

Un nostro igienista pulisce l’ambulanza che ha portato un caso sospetto al nostro centro di transito a Bunia

È chiaro che la risposta internazionale non è ancora riuscita a contenere l’epidemia,nonostante la disponibilità di strumenti che nelle epidemie precedenti non c’erano o erano molto limitati, come i vaccini e trattamenti attualmente in fase di studio.

Il secondo caso a Goma in una sola settimana è un dato preoccupante: il rischio in una grande città aumenta perché la densità di popolazione e le occasioni di contatto sono maggiori, come accaduto nella grande epidemia del 2014 in Africa occidentale. Questa epidemia è particolarmente complessa perché in una zona di guerra di difficile accesso. Per contenerla è urgente avviare strategie di prevenzione che ascoltino e coinvolgano i bisogni delle comunità.Dott.ssa Claudia LodesaniPresidente di MSF e infettivologa con lunga esperienza di Ebola

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Dall’inizio dell’epidemia, l’insicurezza è stata una delle principali sfide per l’intervento. L’area nord orientale della DRC è una zona di conflitto da 25 anni, con diversi gruppi armati attivi nella zona. Inoltre, gli operatori sanitari impegnati contro l’Ebola non hanno ancora la fiducia delle comunità. Sono stati deliberatamente attaccati, e per questo attività cruciali come la ricerca e identificazione dei contatti, la verifica dei casi sospetti e le campagne di vaccinazione sono state sospese, ridotte o annullate. MSF stessa è stata costretta a lasciare Katwa e Butembo a febbraio, dopo violenti attacchi contro i centri di trattamento in cui operava.

© PABLO GARRIGOS / MSFUn nostro operatore visita le comunità per sensibilizzare la popolazione sui rischi legati all’epidemia

Ma né la paura indotta da una malattia così letale e poco compresa, né le tensioni preesistenti nell’area possono spiegare da sole l’incapacità  di coinvolgere la popolazione locale nella risposta all’epidemia. L’approccio complessivo contro l’Ebola deve essere rivisto e migliorato.

I Centri di trattamento Ebola e i centri di transito sono impostati come un “sistema parallelo” e restano separati dal sistema sanitario a cui le persone sono abituate. Per questo vengono visti dalla popolazione come luoghi misteriosi, dove la gente va a morire dopo essere stata separata dalle proprie famiglie. Il 90% dei pazienti ricoverati quest’anno è risultato negativo al test per l’Ebola ed era affetto da altre patologie. Ma questi centri non hanno la capacità di fornire cure di qualità e personalizzate ai pazienti in attesa dei risultati del test. Questo ha sicuramente ostacolato l’accettazione dei Centri Ebola da parte delle comunità.

Lavoravamo in quest’area instabile anche prima dell’epidemia di Ebola e abbiamo risposto a numerose crisi dovute alle violenze, alla malaria, alle epidemie di colera e morbillo. Ma la massiccia mobilitazione di risorse per  l’emergenza Ebola stride rispetto alla decennale mancanza di attenzione internazionale verso questa regione. Questo ha contribuito a diffondere la convinzione che la priorità dell’intervento Ebola non è il benessere della popolazione.

Oggi la risposta all’Ebola deve urgentemente adattarsi ai bisogni e alle aspettative della popolazione, anche rispetto alle modalità dell’assistenza sanitaria, se si vuole contenere l’epidemia. Per questo stiamo lavorando per integrare le attività per l’Ebola nei centri di salute e negli ospedali, incoraggiando la segnalazione immediata dei sintomi e facilitando l’identificazione dei casi sospetti. I risultati sono positivi: a luglio, il 20% dei pazienti ammessi nel Centro Ebola di Beni è stato riferito da un centro di salute supportato da MSF, una percentuale più alta rispetto ai pazienti trasferiti dai centri di transito per l’Ebola.

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Infine, ci uniamo all’appello dei molti esperti che raccomandano di ampliare l’accesso alla vaccinazione. Oltre 170.000 persone sono state vaccinate finora attraverso il sistema “ad anello” che coinvolge i contatti dei pazienti confermati e gli operatori sanitari in prima linea, ma l’accesso alla vaccinazione deve essere esteso per coprire tutta la popolazione a rischio. Questi passaggi sono urgentemente necessari se si vuole evitare che l’epidemia si prolunghi per un altro anno.

Emergenza Ebola: ogni aiuto conta. Aiutaci a combattere

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