C u l t u r a

Dove la terra tremò:lì nacque l’arte

Orestiadi di Gibellina, si apre la XXIV rassegna di arte, musica e teatro

di Alba Miceli

La Fondazione Orestiadi di Gibellina da oltre un ventennio promuove spettacoli e incontri tra poeti ed intellettuali dell'area mediterranea (Poeti arabi di Sicilia, Il dialogo tra gli intellettuali dopo la crisi del Golfo, L‘estetica nella poesia mediterranea, Oriente qual è il tuo Occidente ?), con lo scopo di fissare un luogo e un tempo per riflettere e approfondire il dibattito tra artisti e critici dell'area mediterranea sui temi inerenti la creatività. Raccontare in versi il sentimento profondo del nostro tempo è un'impresa fascinosa ed ardua, in un mondo pervaso dalle immagini fugaci dello schermo. Il poeta con la forza espressiva e il ritmo della sua parola ci ricorda la nostra umanità. La musicalità della poesia nei secoli è riuscita a stabilire un ponte di immagini che ha fatto comunicare linguaggi lontani. (nella foto l'attore e il direttore artistico per la sezione teatro, Franco Scaldati) La Fondazione Orestiadi di Gibellina offre un luogo e un tempo per la riflessione e l'ascolto a critici, poeti e artisti di tutto il mondo. Il confronto su temi comuni vuole essere lo spunto per avviare un dialogo che forse potrà stimolare nuovi percorsi creativi ma che sicuramente servirà a fissare l'intreccio della trama che collega il comune passato al futuro destino da condividere. L’intento è quello di confrontare le esperienze di generazioni e paesi diversi sui temi dell'impegno, la responsabilità individuale dell'artista e la libertà artistica.
La sezione teatro si avvale della direzione artistica del regista palermitano Franco Scaldati.
Scaldati è sicuramente uno degli autori di rilievo della nuova drammaturgia italiana. Il dialetto siciliano che egli predilige nella stesura delle sue opere è la lingua dei vinti, di coloro che sono sopraffatti da una realtà di soprusi e privilegi, ma è anche la lingua di chi scava e plasma una realtà radicalmente altra, il dialetto assume il senso di una marginalità scarnificata, vissuta e poeticamente tradotta che nega ogni possibile appartenenza e integrazione. Poeta affabulatore, Scaldati, si fa spesso cantastorie aprendosi autonomi spazi di rappresentazione all’interno dei suoi spettacoli e portando con sé i preziosi riflessi del suo dialetto. Opera cardine delle Orestiadi è il Pozzo dei Pazzi di Franco Scaldati, per la prima volta messa in scena a Palermo nel 1976, riallestita nel 1990 da Elio De Capitani. Il Pozzo dei Pazzi racconta la lotta per la sopravvivenza di due barboni in bilico tra dannazione e santità (indimenticabile l'interpretazione dello stesso autore e di Gaspare Cucinella). Lotta che diviene metafora di una condizione esistenziale e dei principi stessi del teatro di Scaldati. Tra le macerie tre coppie di barboni si inseguono e vagano alla ricerca di strampalate chimere: il folle Totò vaga con la sua gallina che gli viene continuamente sottratta. La ricerca e la continua sottrazione dell'animale diventano il terreno d'incontro dell'azione scenica, i personaggi più che dialogare tra loro si scambiano brandelli di monologhi, ognuno ha le sue visioni, la parola assume un ritmo ripetitivo, non serve a comunicare. Ogni incontro tra questi diseredati diventa violento, le illusioni si infrangono in un'ossessione verbale che si fa litania e allusione. Su tutto si leva il dolore di Totò per la perdita della sua gallina, la sua impiccagione spezza l'equilibrio paradossale che si era venuto a creare. Un destino di morte accomuna tutti i personaggi.
Qual è il filo conduttore dell'arte di Scaldati?
“L’arte del sogno. Ho sempre considerato il teatro una terra di confine, un limen, nel quale la realtà può trovare non tanto una via di fuga, quanto un'amplificazione, una cassa di risonanza. Proprio come avviene nel sogno, che è il distillato della realtà, la fucina dei desideri e delle verità inconfessate, la zona liminale dove il tempo si arresta e l'uomo, sospendendo il proprio giudizio, può finalmente "essere". Da alcuni anni ho concentrato il mio lavoro di scrittura e di teatro intorno ad un laboratorio nel quartiere Albergheria di Palermo. La dimensione del laboratorio mi sembra più congeniale alla ricerca e alla pratica di questo teatro di confine, che cerca anche un diverso rapporto col pubblico. A Gibellina, attraverso la riproposta di un'opera importante del mio repertorio e di altre esperienze rappresentative del mio attuale percorso teatrale, vorrei aprire le porte di questo grande laboratorio del sogno. E siccome vorrei sollecitare anche una ricognizione sulle realtà teatrali che, operando ai margini della scena ufficiale, contribuiscono a promuovere le più significative, ancorché trascurate, voci della nostra più autentica cultura, ho chiesto ad alcuni artisti siciliani di partecipare a questa officina di lavoro”.